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LA CRISI BRADISISMICA: l’inerzia del sistema

Pozzuoli Campi Flegrei Bradisismo

di GIAMPIERO D’ECCLESIIS (geologo)

Un milione e trecentomila persone vivono sopra una bomba. Circa cinquecentomila nella zona rossa ossia quella esposta ai rischio dei flussi piroclastici e circa ottocentomila nell’area gialla esposta alla caduta delle ceneri. Il quadro del rischio nell’area Flegrea è questi, e dovrebbe togliere il sonno a chiunque abbia una responsabilità pubblica.

Altrove la nazione intera sarebbe mobilitata per prepararsi a contrastare un evento di tale proporzioni. Da noi in Italia no.
L’ennesimo terremoto fa notizia per un giorno. Il rischio nell’area Flegrea cresce ogni giorno. Non serve l’INGV: basta guardare le barche tirate a secco, i vapori che escono dai marciapiedi, l’asfalto che si spacca come pelle secca. Sembra la scenografia di un film catastrofico, ma qui non c’è un regista. C’è solo un vulcano attivo che si sveglia, mentre la classe dirigente finge di non vedere, impegnata a gestire l’ordinario mentre sotto i piedi la terra ribolle.

Il cittadino puteolano che mostra la casa crepata e dice: “L’avevamo aggiustata dopo l’ultimo terremoto. Ora non abbiamo più soldi“. Ha ragione. Ma perché nessuno gli ha detto: “Fermati. Qui non si ricostruisce. Ti portiamo via noi, abbiamo già pianificato dove andrai”? Perché nessuno ha avuto il coraggio di pronunciare la parola proibita: delocalizzare?

Delocalizzare o morire. Non c’è alternativa quando si vive sopra un vulcano attivo. Dire che Pozzuoli esiste da duemila anni non significa nulla: il vulcano non legge la storia, non rispetta le tradizioni, non vota.

Per carità, è chiaro a chiunque che sarebbe una soluzione dalle difficoltà enormi, quasi inimmaginabili, dalle ricadute sociali, economiche, culturali, esistenziali, gravissime ma che, di fronte all’alternativa in atto -non facciamo niente e speriamo bene- meriterebbe almeno una riflessione, un approfondimento.

Immaginiamo un Paese in cui la vita non fosse più un diritto da proteggere. Niente guardrail, niente Soccorso Alpino, niente Protezione Civile. Solo un cartello: “Adeguare la velocità alle proprie capacità. Ognuno risponde dei danni”. Un Paese dove chi si schianta, chi si perde, chi si infila in una grotta senza esperienza… semplicemente paga per un’assicurazione. O muore. E la collettività risparmia. Un Paese in cui lo Stato non fa la sua parte, non protegge i cittadini.

Vi piace? No? Eppure è esattamente quel che succede con un milione e trecentomila persone: lasciate lì, sopra il vulcano, sperando che non succeda nulla o, peggio, sperando che succeda quando “al governo non ci siamo noi”. In Italia la vita è ancora un diritto, ma non per tutti. Se sei un escursionista imprudente sul Pollino, arriva l’elicottero. Se sei un residente dei Campi Flegrei, sei fregato. Non per cattiveria: per matematica. Troppe persone da salvare.

Nel caso gli speciali in TV si sprecheranno, così come le dichiarazioni di vicinanza, le lacrime di circostanza, le dirette e le maratone Tv. Ma quando il vulcano deciderà, l’unica sarà affidarsi a Dio. Purché esista e abbia voglia di salvare qualcuno.

La politica, nel frattempo, semplicemente non c’è. Si occupa di tutto tranne che di questa vera, assoluta emergenza nazionale: i fatti di Ceuta, quattro idioti che ogni estate vanno in Val di Susa a spaccare qualcosa, l’ex generale vestito da centurione. Di tutto, tranne che del vulcano che potrebbe fare più morti dell’ultima guerra mondiale. Ma tranquilli! La maggior parte di voi che leggete non vive lì. Il vulcano non è un problema vostro. Per gli altri… spiace.

A catastrofe accaduta saremo pronti a indignarci! A cercare il responsabile. A ospitare gli sfollati, purché non facciano rumore e tornino presto a ricostruire casa all’ombra del cratere.

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