Di Carmine Pinto

Il Venezuela è da realismo magico. Solo la letteratura può descrivere i tragici eventi che il Paese ha vissuto e che ora il terremoto ha reso drammaticamente evidenti. Caos assoluto del governo, paralisi dei soccorsi, assenza delle forze armate, ospedali impreparati, scarse strutture di emergenza. A parte le colonne di civili partite autonomamente per prestare aiuto, il più deciso di fronte alla crisi è parso l’ex nemico, il Maggior Generale dei Marines Kevin J. Jarrard, giunto a Caracas per coordinare i soccorsi. Il terremoto è così l’ultima tappa della tragedia venezuelana.

La prima è stata la fine della democrazia. A partire dagli anni Sessanta il Venezuela era un esempio di solida alternanza tra socialdemocratici e democristiani; il Paese cresceva e attirava masse di europei e latinoamericani. Non mancavano contraddizioni o corruzione, nessuna democrazia è perfetta, ma fu il meccanismo di delegittimazione delle istituzioni e di facili promesse populiste a portare Hugo Chávez al potere. Nel giro di poco più di un decennio, il colonnello compresse le istituzioni democratiche e la stampa libera, prese il controllo dell’esercito e della magistratura, trasformando le immense risorse del Paese in strumenti della sua politica globale.

Si arrivò così alla seconda tragedia: la crisi esplosa nel 2015. La politica del castro-chavismo distrusse l’impresa privata con espropri di aziende e annientò anche quella pubblica con una pessima gestione. Il caso più clamoroso fu PDVSA, la compagnia pubblica del petrolio, tra le più efficienti del mondo: fu smantellata licenziando migliaia di tecnici non allineati, mentre il petrolio diventò l’arma delle politiche del chavismo. Si giunse così al disastro. Repressione politica e crisi economica provocarono la più grande emigrazione forzata della storia del continente americano: ad oggi hanno lasciato il Paese, in contesti drammatici, oltre otto milioni di persone, pari al 24% della popolazione totale.

Il collasso del Paese rese visibile la terza tragedia: l’occupazione cubana. Chávez aveva in Fidel Castro il suo maestro e ispiratore. Quando morì all’Avana, il dittatore cubano ne decise il successore, Nicolás Maduro. Aveva già ottenuto il trasferimento massiccio di petrolio venezuelano a Cuba, fino a un livello di centomila barili al giorno. Caracas era il centro del castro-chavismo, in stretta alleanza autocratica con Russia e Iran: di lì passavano relazioni e traffici con gruppi politici, terroristici, intellettuali e criminali; alle decisioni di Maduro, alle repressioni e alle attività dell’intelligence si accompagnava lo sguardo deciso del presidente cubano Díaz-Canel.

Tutto questo è giunto al suo capolinea: i cubani furono spazzati via, l’economia è fallita, il regime si è affidato agli Stati Uniti. La tragedia naturale del terremoto ha moltiplicato una serie di tragedie che si accumulavano da anni.
Solo una grande e immediata mobilitazione internazionale può ora tentare di mettere in sicurezza i sopravvissuti e aiutare chi è ancora in pericolo, cercando di portare fuori questo splendido e martoriato Paese dall’abisso nel quale era precipitato.
CARMINE PINTO


