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Michele Pinto, la politica come presenza e responsabilità – Il ricordo di Pietro Marmo

di Pietro Marmo

Ci sono persone che si ricordano per gli incarichi ricoperti e altre che restano nella memoria soprattutto per il modo in cui hanno attraversato la vita degli altri. Michele Pinto appartiene a entrambe queste categorie, ma per me, oggi che non c’è più, vengono prima di tutto i ricordi personali: il suo modo di fare, l’attenzione che riservava alle persone, il senso di responsabilità con cui affrontava ogni questione, la cordialità che non gli impediva mai di essere fermo quando riteneva che fosse necessario.

Presentazione del libro di Michele Calabria (Casalbuono)

Ho condiviso con lui molti anni di attività politica, in una stagione nella quale la politica aveva forse meno strumenti di comunicazione di oggi, ma possedeva una straordinaria capacità di presenza. E Michele Pinto quella politica la incarnava pienamente.

Per noi del Vallo di Diano non era il parlamentare che si vedeva soltanto nelle occasioni ufficiali. Tornava nel territorio ogni venerdì e vi rimaneva per tre giorni. Tre giorni intensissimi, fatti di incontri, riunioni, confronti con gli amministratori, discussioni sui problemi dei Comuni, colloqui con le persone. Si passava dalle grandi questioni politiche al problema di una strada, di un acquedotto, di un servizio che mancava, di una comunità che chiedeva di non essere dimenticata.

Renato D’Angiò, Donato Pica, Franco Stabile, Franco Loguercio

Ripensandoci oggi, quella era una sorta di scuola politica settimanale. Non una scuola fatta di lezioni teoriche, ma una scuola costruita sulla realtà. Si imparava discutendo dei problemi, ascoltando opinioni diverse, cercando una soluzione possibile. La politica, per Michele, partiva da lì: dalla conoscenza concreta del territorio e dalla responsabilità di dare una risposta.

Casalbuono ne ha avuto una testimonianza particolarmente importante. La presenza di Michele Pinto nel nostro paese è stata continua nel tempo e Casalbuono, fin dalle sue prime candidature, gli ha sempre tributato un sostegno convinto. Non era soltanto appartenenza politica. Era il riconoscimento di un rapporto che si era costruito negli anni e, soprattutto, dei risultati che quel rapporto aveva prodotto.

Penso all’elettrificazione rurale, alla sistemazione e allo sviluppo della viabilità esterna, all’arrivo delle linee telefoniche nelle campagne, agli acquedotti e a tanti interventi che oggi possono sembrare scontati, perché fanno parte della normalità della nostra vita, ma che allora rappresentavano passaggi decisivi verso la modernizzazione.

Bisogna ricordare che cosa significasse vivere in un piccolo paese dell’entroterra in quegli anni per comprendere fino in fondo il valore di quelle opere. Portare l’elettricità nelle aree rurali, collegare meglio le campagne al centro abitato, consentire a una famiglia di avere una linea telefonica, assicurare l’acqua significava ridurre una distanza non soltanto geografica, ma sociale ed economica. Significava dare alle persone la possibilità di restare, lavorare, migliorare la propria condizione.

Ed è anche per questo che Casalbuono ha sempre riconosciuto in Pinto un riferimento. C’era poi un altro aspetto del suo rapporto con noi amministratori che ricordo molto bene. Michele era avvocato e metteva la propria competenza a disposizione del territorio con grande generosità. Esercitava nei nostri confronti quella che definirei una vera e propria assistenza giuridica e amministrativa preventiva. Prima ancora che sorgesse un problema, cercava di farci capire come evitarlo.

Ci richiamava continuamente alla necessità di agire correttamente, di rispettare le regole, di tenere insieme la scelta politica e la correttezza amministrativa. Per chi amministrava piccoli Comuni, spesso affrontando questioni complesse con strutture limitate, quel confronto aveva un valore enorme. E non sempre erano conversazioni tranquille.

Quando riteneva che qualcosa non andasse, Michele sapeva anche alzare la voce. Poteva essere veemente, perfino duro nel richiamo. Ma non ricordo mai quella durezza come espressione di arroganza o come volontà di imporre una decisione. Dopo il momento più acceso arrivava sempre il confronto. Si discuteva, si mettevano sul tavolo le diverse ragioni e alla fine si cercava una composizione capace di tenere insieme tutte le voci. Anche questo era un metodo politico.

La Democrazia Cristiana di quegli anni era un grande partito popolare, attraversato da sensibilità, posizioni e personalità diverse. Il confronto poteva essere molto acceso. Ma esisteva la consapevolezza che, dopo aver discusso, bisognasse trovare un punto di equilibrio e assumersi insieme la responsabilità delle decisioni.

Michele aveva questa capacità. Ascoltava, discuteva, contrastava e poi ricomponeva. Ne ebbi una prova anche sul piano personale quando maturò la mia candidatura alla Provincia. Fu lui uno dei miei sostenitori più convinti, direi quasi un sostenitore acceso. Non dimentico il suo impegno e la fiducia che volle dimostrarmi. In politica queste cose hanno un significato particolare, perché dietro una candidatura non c’è soltanto una scelta di partito: c’è una valutazione sulla persona, sulla sua affidabilità, sulla capacità di rappresentare una comunità. E io quella fiducia non l’ho mai dimenticata. Ma forse alcuni dei ricordi più belli appartengono ai momenti apparentemente meno politici.

Durante le vacanze estive Michele invitava il gruppo della Democrazia Cristiana del Vallo di Diano in Calabria, nei pressi della sua villa. Ci ritrovavamo tutti insieme in campagna, attorno a una tavola.

Si mangiava, si scherzava, si parlava delle famiglie. Ma inevitabilmente, a un certo punto, cominciava la politica. E quella che doveva essere una giornata conviviale finiva per trasformarsi quasi in un piccolo congresso della DC del Vallo di Diano all’aperto. Si affrontavano i problemi dei paesi, gli equilibri politici, le cose realizzate e quelle ancora da realizzare. Naturalmente si discuteva anche delle candidature e delle prospettive future. Tutto avveniva però dentro un clima umano, fatto di rapporti personali che andavano oltre le appartenenze e le differenti posizioni.

È un’immagine alla quale oggi sono particolarmente legato. Perché racconta una maniera di vivere la politica che appartiene a un’altra stagione: la politica come partecipazione, relazione, conoscenza personale, responsabilità verso una comunità.

Non voglio idealizzare quel tempo. Anche allora esistevano contrasti, errori, ambizioni e divisioni. Ma c’era una partecipazione straordinaria e, soprattutto, esisteva un legame fortissimo tra chi rappresentava le istituzioni e il territorio dal quale proveniva.

Michele Pinto non dimenticò mai il Vallo di Diano. Poteva svolgere gli incarichi più importanti, stare a Roma, occuparsi delle grandi questioni nazionali. Ma il venerdì tornava. E quel ritorno continuo forse racconta meglio di tante definizioni il suo modo di intendere la rappresentanza politica. Perché rappresentare un territorio significava prima di tutto esserci.

Oggi, ricordandolo, penso certamente alle opere realizzate, alle battaglie politiche, alle riunioni, alla sua attenzione per Casalbuono. Ma penso soprattutto all’uomo: alla sua cordialità, alla sua severità quando serviva, alla capacità di ascoltare e alla volontà di trovare una soluzione anche dopo una discussione durissima.

Sono tanti i ricordi che mi legano a Michele Pinto. Alcuni appartengono alla politica, altri all’amicizia, e con il passare degli anni diventa persino difficile separarli.

Resta però una convinzione. Per un’intera generazione di amministratori del Vallo di Diano Michele non fu soltanto un senatore o un autorevole esponente politico. Fu un punto di riferimento, un interlocutore e, in molti momenti, un maestro. E per Casalbuono fu qualcosa ancora di più: una presenza costante, un amico della nostra comunità e uno degli uomini che contribuirono concretamente a farla crescere. È così che voglio ricordarlo.

Con gratitudine, con affetto e con il rispetto che si deve a chi ha dedicato una parte così grande della propria vita alla politica intesa nel suo significato più autentico: servire una comunità e non perdere mai il contatto con le persone che la compongono.

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