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Non telefonini ma un laboratorio per i più piccoli con vecchie macchine da scrivere

Di Giuseppe Geppino D’Amico

A Trani ‘Lettere dalla spiaggia’, con le vecchie macchine per scrivere. Un laboratorio gratuito, tra nostalgia per i grandi e scoperta per i bimbi”. Questo il titolo della notizia diffusa alcuni giorni fa dall’Ansa. Nella città pugliese la Fondazione Seca, responsabile di un museo in cui sono esposte 480 macchine per scrivere, ha organizzato in riva al mare un laboratorio gratuito denominato “Lettere dalla spiaggia”, inserito tra le attività del progetto “Fuori museo estate”. Graziano Urbano ha spiegato: “È un viaggio nella memoria per chi ha qualche anno in più ed è un’esperienza straordinaria per chi non ha mai avuto a che fare con nastri, molle e martelletti”. All’iniziativa partecipano bambini dagli 8 anni in su, che possono trarre notevole giovamento da un’iniziativa che merita di essere proposta anche in altre zone. È importante, infatti, spiegare soprattutto ai più piccoli che esistevano altri strumenti per scrivere prima dei computer e degli smartphone, che troppo spesso i genitori, impegnati in altre faccende, mettono nelle loro mani pur sapendo di provocare danni. Non a caso Rino Agostiniani, presidente della Società Italiana di Pediatria, ha ricordato anche di recente: “È necessario evitare l’accesso non supervisionato a Internet prima dei 13 anni per i rischi legati all’esposizione a contenuti inappropriati; rinviare l’introduzione dello smartphone personale almeno fino ai 13 anni per prevenire conseguenze sullo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale; ritardare il più possibile l’uso dei social media, idealmente fino ai 18 anni, anche se consentiti per legge; evitare l’uso dei dispositivi durante i pasti e prima di andare a dormire; incentivare attività all’aperto, sport, lettura e gioco creativo; mantenere supervisione, dialogo e strumenti di controllo costanti in tutte le fasce d’età. Ogni anno in più senza smartphone è un investimento nella salute del bambino”. Questi i consigli aggiornati e le buone pratiche sull’uso dei dispositivi digitali indicate dai pediatri, che lanciano l’allarme sui rischi e i danni per bambini e adolescenti. In quest’ottica il laboratorio di Trani merita la massima attenzione.

“L’augurio -ha concluso Graziano Urbano– è che i ragazzi smettano di avere i cellulari in mano… Scrivere con una macchina con tasti e nastri regala emozioni e fa pensare alla bellezza della vita. A suggerirmelo è stata una foto di Hemingway che scrive in spiaggia utilizzando la sua Hermes”.

Una foto iconica come quella del numero uno del giornalismo italiano, Indro Montanelli, fotografato intento a scrivere con la sua mitica Olivetti, seduto su una pila di giornali.

Fino agli anni ’80 del secolo scorso, la macchina da scrivere è stata lo strumento più diffuso per produrre testi in bella copia. Oggi è… in soffitta, superata da computer, tablet e smartphone. Ma chi ha inventato la macchina da scrivere? Nel XIX secolo in molti hanno cercato di accaparrarsi tale primato. Sembra che la primogenitura spetti all’italiano Giuseppe Ravizza, che nel 1846 fece un primo tentativo con scopi umanitari: questa macchina, nelle sue intenzioni, doveva servire a far sì che anche i ciechi potessero scrivere. Ravizza scelse di darle un nome tutto suo: cembalo scrivano, per la somiglianza con lo strumento musicale.

Prima di lui un altro italiano, Agostino Fantoni, nel 1802 aveva creato la sua versione di macchina da scrivere. Si calcola che furono almeno 52 gli inventori che, in luoghi, tempi e modi diversi e indipendentemente l’uno dall’altro, crearono un qualche tipo di macchina da scrivere. Fino al 1868, però, nessuno riuscì a mettere in commercio un modello di macchina da scrivere. Il merito di aver commercializzato questa invenzione va ad alcuni americani: da allora in poi il successo della macchina da scrivere fu ininterrotto per più di un secolo. Un po’ come è avvenuto con il telefono: a inventarlo era stato nel 1856 Antonio Meucci, un italiano emigrato negli Stati Uniti, che però non aveva abbastanza denaro per brevettare la sua invenzione. Lo fece nel 1876 Alexander Bell, con buona pace del nostro connazionale che non riuscì in sede giudiziaria a far valere i propri diritti. Come dire? Altri inventano, gli americani fanno business.

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Per quanto riguarda la macchina da scrivere, rispetto ai tempi in cui la utilizzavano Hemingway e Montanelli è cambiato praticamente tutto. Lo sa bene chi ha cominciato l’attività giornalistica proprio con la macchina da scrivere: in caso di errori di battitura una speciale carta gessata consentiva la correzione; quindi, gli articoli venivano dettati via telefono alla redazione, dove venivano registrati con i dimafoni, apparecchi che consentivano la registrazione delle conversazioni telefoniche su un apposito disco per poi riascoltarle o trascriverle. Le maggiori difficoltà si verificavano nell’inoltrare il resoconto di una partita di calcio, quando per i singoli nomi dei calciatori bisognava fare lo spelling nome per nome e l’errore era sempre dietro l’angolo. Dalla Olivetti si è passati ai computer: il primo fu il Commodore Amiga 1000, che, se non altro, consentiva una più agevole correzione del testo in caso di necessità.

Nella seconda metà degli anni ’80 arrivò una scoperta straordinaria: il fax, che mandò in pensione i dimafoni. La situazione è ulteriormente migliorata con i computer di nuova generazione, che da diversi anni consentono di inviare in tempo reale articoli e foto via e-mail. L’avanzata inarrestabile della tecnologia ha avvantaggiato anche il giornalismo televisivo: agli inizi, per realizzare un’intervista video, erano necessarie più persone: un operatore con una pesante telecamera in spalla per le riprese e uno o due collaboratori per reggere il registratore e la lampada che assicurava la luce necessaria.

Oggi, per realizzare un video o un’intervista, è sufficiente uno smartphone di ultima generazione, che consente riprese in alta definizione da inviare in redazione con lo stesso apparecchio. L’ultima novità che riguarda anche il giornalismo è rappresentata dall’Intelligenza Artificiale (AI), ma è ancora presto per valutarne gli effetti. Per questo non sarebbe un male tenere nel debito conto l’opinione di Marco Tullio Cicerone, uno bravo vissuto duemila anni fa, Marco Tullio Cicerone, scriveva: “Tutte le cose possono essere buone o cattive in base all’uso che ne facciamo”.

Non è un cattivo consiglio.

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Direttore responsabile: Giuseppe Geppino D’Amico
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