Di Giuseppe Geppino D’Amico
La settimana scorsa ci siamo occupati delle riforme che dal 1968 a oggi hanno interessato gli Esami di Maturità. Riforme non sempre migliorative, realizzate da ministri di Centrosinistra e di Centrodestra. Il discorso vale anche per la legge elettorale. L’ultima iniziativa, voluta dal Centrodestra, è appena approdata alla Camera dei Deputati e, secondo i desiderata dei proponenti, dovrebbe essere approvata entro il 5 luglio per poi passare all’esame del Senato. Le polemiche non mancano e le opposizioni minacciano le barricate.
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I tedeschi utilizzano la stessa legge elettorale dal 1956; i francesi dal 1958; gli inglesi da oltre tre secoli. Agli italiani, o meglio ai parlamentari italiani, invece piace cambiare, e poco importa se si cambia in peggio. Da noi tutti gli enti (Comuni, Province e Regioni) hanno un sistema elettorale diverso. Per quanto riguarda il Parlamento, siamo partiti con il referendum del 2 giugno 1946, che oltre alla nascita della Repubblica portò alcune riforme indispensabili per assestare un colpo definitivo al fascismo. Da allora e fino all’inizio degli anni Novanta, l’Italia ha votato con il sistema proporzionale classico, con voto di preferenza e distribuzione dei seggi in proporzione ai voti ottenuti dai partiti.
Nel 1993, sotto la spinta dei referendum e dello scandalo di Tangentopoli, il Parlamento approva le leggi n. 276 e 277, proposte dall’allora deputato Sergio Mattarella, da cui è scaturito il termine Mattarellum, che inaugurava la stagione della Seconda Repubblica: un sistema misto prevalentemente maggioritario. Il 75% dei seggi veniva assegnato in collegi uninominali (vinceva il candidato che prendeva anche un solo voto in più degli altri), mentre il restante 25% veniva recuperato con il metodo proporzionale (con sbarramento al 4% alla Camera) per tutelare le minoranze.
Nel 2005, con Silvio Berlusconi, arriva la legge n. 270, firmata dal leghista Roberto Calderoli, detta Porcellum, in quanto il proponente non si poneva scrupoli nel definirla una “porcata”: premio di maggioranza automatico alla lista o coalizione più votata (alla Camera garantiva 340 seggi su 630; al Senato veniva assegnato su base regionale). Le liste erano bloccate: i cittadini votavano soltanto il simbolo del partito e i parlamentari venivano eletti in base all’ordine di lista deciso dai segretari dei partiti, senza possibilità di esprimere preferenze. Nel dicembre 2013, la Corte Costituzionale dichiara la legge parzialmente incostituzionale, dando vita al cosiddetto Consultellum.
Nel 2015, con il governo Renzi e la legge n. 52, arriva l’Italicum, pensato esclusivamente per la Camera dei Deputati (all’epoca si prevedeva una riforma costituzionale che avrebbe dovuto abolire l’elezione diretta del Senato): sistema proporzionale a doppio turno con premio di maggioranza per la lista che superava il 40% dei voti al primo turno; se nessuno ci riusciva, si sarebbe andati al ballottaggio tra i due partiti più votati. L’Italicum, però, non entra mai realmente in vigore perché, nel 2017, la Corte Costituzionale boccia il meccanismo del ballottaggio e la possibilità per i capilista plurimi di scegliere il collegio.
Nello stesso 2017, per superare lo stallo creato dalle sentenze della Consulta, viene approvata la legge n. 165, detta Rosatellum (dal nome del relatore Ettore Rosato), attualmente in vigore. Prevede un modello misto, identico per entrambe le Camere. Il 37% dei seggi viene assegnato con un sistema maggioritario in collegi uninominali (vince chi prende un voto in più); il 61% con metodo proporzionale in piccoli collegi plurinominali, tramite listini bloccati molto corti (da due a quattro nomi); il restante 2% è riservato agli italiani all’estero. Sono previste soglie di sbarramento del 3% per le liste singole e del 10% per le coalizioni a livello nazionale. Non è consentito il voto disgiunto, cioè votare un candidato all’uninominale e un partito diverso al proporzionale. La riforma costituzionale del 2020, confermata dal successivo referendum, ha ridotto il numero dei parlamentari: la Camera dei Deputati è passata da 630 a 400 deputati, mentre il Senato è sceso da 315 a 200 senatori elettivi, ai quali si aggiungono i senatori a vita nominati dal Capo dello Stato. Il taglio ha ridisegnato anche i confini geografici dei collegi elettorali del Rosatellum, rendendoli territorialmente molto più ampi.
Vediamo cosa prevede la nuova legge proposta da Galeazzo Bignami, uno dei “colonnelli” di Giorgia Meloni, già battezzata Stabilicum o Melonellum, dopo che negli anni il Parlamento ha mandato in soffitta il Mattarellum, il Porcellum, il Consultellum e l’Italicum. Così come proposta, la nuova legge prevede un proporzionale puro, irrobustito però da un consistente premio di maggioranza se una coalizione supera il 42% dei consensi: 70 seggi in più alla Camera e 35 al Senato. Sono previsti anche listini bloccati e il nome del candidato premier sul simbolo. Allo stato non è previsto che gli elettori possano esprimere preferenze tra i candidati. La premier Giorgia Meloni e il Centrodestra intendono approvare definitivamente la legge entro la fine del 2026, anche ricorrendo al voto di fiducia, ove necessario. Sarebbe un modo per alleviare la delusione derivata dalla sconfitta subita nel marzo scorso con il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia. Di diverso parere i partiti di opposizione, che ritengono la nuova legge “un colpo di Stato mite e di inaccettabile prepotenza della maggioranza”. Ricordano inoltre che uno dei più fieri oppositori della “legge truffa” del 1953, che prevedeva un premio di maggioranza per la coalizione che avesse ottenuto il 50% più uno dei voti, fu proprio Giorgio Almirante, leader del MSI.
Ad esprimere seri dubbi sono anche 160 costituzionalisti, secondo i quali non si escludono obiezioni della Corte Costituzionale in merito all’indicazione del candidato premier nella scheda elettorale, al premio di maggioranza e alla lunghezza delle liste bloccate. Altro elemento di contestazione è l’assenza delle preferenze, che determinerebbe “elezioni per trascinamento rispetto al capo o alla capa”. Secondo un recente sondaggio, un italiano su due vorrebbe poter esprimere le preferenze. Su questo punto si dichiarano favorevoli Fratelli d’Italia e Noi Moderati, mentre sono contrari Lega e Forza Italia.
La vicenda impone una domanda: gli italiani saranno ancora una volta “espropriati” del diritto di scegliere gli eletti e quindi costretti a subire un’altra “porcata”? Il clima politico non è dei migliori. Sono lontani i tempi in cui Benedetto Croce, parlamentare prima e dopo il fascismo, affermava: “Quando si scrivono le regole i banchi del Governo dovrebbero restare vuoti”. Ancora più lontani quelli in cui Alcide De Gasperi si rivolgeva ai colleghi parlamentari dicendo: “Diamoci una mano, uomini di buona volontà”. Più indietro nel tempo ancora troviamo Ferdinando Petruccelli della Gattina, giornalista, patriota e politico originario di Moliterno, autore nel 1862 del saggio I moribondi di Palazzo Carignano, un pamphlet durissimo sui deputati del primo Parlamento nazionale, del quale pure faceva parte. Questa la sua opinione: “Non si dirà certo giammai che il nostro è un Parlamento democratico. Vi è di tutto – il popolo eccetto”. Rispetto al 1862 oggi abbiamo il suffragio universale, ma non sempre lo utilizziamo nel migliore dei modi, eleggendo candidati scelti e imposti dai partiti. Con buona pace della democrazia rappresentativa.


