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Con-tatto (VIDEO)-Premio Nicola Giacumbi 2026: “La memoria è un dovere civile”

Di Giuseppe Geppino D’Amico

Giovedì scorso si è svolta a Teggiano la manifestazione finale del Premio Vacanze “Nicola Giacumbi”, intitolato alla memoria del magistrato ucciso dalle Brigate Rosse, a Salerno, il 16 marzo 1980. Organizzato dal Rotary Club Sala Consilina-Vallo di Diano, il premio è riservato ai figli degli operatori delle Forze dell’Ordine in servizio nel Vallo di Diano. Quest’anno è stato conferito a Miriam Mea, alunna del IV anno del Liceo Scientifico Pomponio Leto. Ai saluti di Katia Di Palma, presidente del Club Rotary, e della dirigente scolastica Maria D’Alessio, è seguito un interessante dibattito sul tema della legalità. Vi hanno partecipato il magistrato Catello Maresca, il giornalista Angelo Raffaele Marmo, condirettore del Quotidiano Nazionale, e il figlio del magistrato, ingegner Giuseppe Giacumbi, dei quali abbiamo proposto le interviste. Oggi vogliamo ricordare la vicenda di Nicola Giacumbi e le conseguenze che ebbe all’epoca.

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Nicola Giacumbi cade sotto i colpi dei brigatisti della colonna denominata “Fabrizio Pelli” mentre rientrava in casa insieme alla moglie. La città, intellettuali compresi, rimane attonita e comincia a interrogarsi sulla presenza in città di una colonna delle Brigate Rosse: Salerno come Roma, Milano, Genova, Torino, città dove si erano verificati fatti analoghi?

Perché Giacumbi? Il magistrato reggeva la Procura di Salerno a seguito delle dimissioni del titolare dell’ufficio, andato in pensione in anticipo proprio perché aveva ricevuto minacce. In attesa della nomina di un nuovo titolare, Giacumbi accetta l’incarico dopo la rinuncia di un collega, ma rifiuta la scorta per evitare che, in caso di attentato, altri potessero rimanere coinvolti, come era avvenuto due anni prima, il 16 marzo 1978, in occasione del rapimento di Aldo Moro con l’uccisione dei cinque agenti che lo scortavano.

Quello delle BR è un attacco al cuore dello Stato. Dal luglio del 1976 al luglio del 1980 cadono sotto i colpi dei terroristi altri magistrati: Francesco Coco a Genova; Vittorio Occorsio, Riccardo Palma, Girolamo Tartaglione, Girolamo Minervini e Mario Amato a Roma; Fedele Calvosa a Frosinone; Emilio Alessandrini e Guido Galli a Milano. Anche la politica ha le sue vittime: oltre ad Aldo Moro è doveroso ricordare alcuni esponenti della nostra Regione come gli assessori Pino Amato (maggio 1980) e Raffaele Delcogliano (aprile 1982), uccisi a Napoli, senza dimenticare il rapimento e la successiva liberazione di un altro assessore campano, Ciro Cirillo (aprile 1981), per la cui liberazione vengono condotte trattative segrete con la mediazione della criminalità organizzata. Viene pagato un riscatto, contrariamente a quanto avvenuto in occasione del rapimento Moro quando prevalse, non senza polemiche, la linea della fermezza. Anche i giornalisti pagano un prezzo molto alto: vengono uccisi il vicedirettore de La Stampa di Torino, Carlo Casalegno, ed il caposervizio del Corriere della Sera di Milano, Walter Tobagi. Altri, tra i quali Indro Montanelli, vengono gambizzati.

Nicola Giacumbi viene colpito perché è un simbolo per il ruolo che ricopre. La città di Salerno scopre di vivere una situazione drammatica di cui fino ad allora aveva conoscenza solo attraverso i giornali. Le indagini coordinate dalla Procura di Potenza, competente per i fatti concernenti il Distretto di Salerno, portano all’individuazione dei responsabili. Due anni dopo la Corte di Appello del capoluogo lucano emette la sentenza di primo grado comminando due ergastoli ed altre pesanti pene detentive.

Con legge 4 maggio 2007, n. 56, “La Repubblica riconosce il 9 maggio, anniversario dell’uccisione di Aldo Moro, quale “Giorno della memoria”, al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice”. Inoltre, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel 2010, conferiva alle vittime una medaglia d’oro alla memoria.

Mi avvio alla conclusione ricordando l’epilogo delle BR: l’ultima azione di rilievo prima della dissoluzione del gruppo storico è l’omicidio di Roberto Ruffilli il 16 aprile 1988 a Forlì. Nell’ottobre dello stesso anno i leader storici delle BR, allora detenuti, tra cui Renato Curcio e Mario Moretti, firmano un documento con il quale dichiarano conclusa l’esperienza della lotta armata, definendola “una pagina di storia che si chiude”. La vicenda sembrava archiviata. Invece, tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000 ricompaiono le Nuove Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente (BR-PCC): il 20 maggio 1999 viene ucciso a Roma il giuslavorista Massimo D’Antona; nel 2002 a Bologna il giurista Marco Biagi. L’epilogo della seconda generazione di brigatisti è datato 2 marzo 2003 quando, durante un normale controllo documenti su un treno nei pressi di Arezzo, viene arrestata Nadia Desdemona Lioce, che viaggiava insieme a Mario Galesi, altro leader di spicco delle Nuove Brigate Rosse. A seguito di un conflitto a fuoco rimangono uccisi il soprintendente di polizia Emanuele Petri e lo stesso Galesi. Grazie al materiale rinvenuto nella borsa dei due brigatisti gli inquirenti riescono a smantellare l’organizzazione delle Nuove BR.

Oggi l’auspicio è che l’Italia non debba mai più fare i conti con un ulteriore periodo di terrore. C’è, però, il dovere di ricordare uomini come Nicola Giacumbi, che non significa soltanto rendere omaggio a un magistrato assassinato dalle Brigate Rosse. Angelo Raffaele Marmo ha evidenziato nel corso del suo intervento: “Significa riportare al centro della nostra coscienza civile una pagina che appartiene alla storia della Repubblica, alla storia di Salerno, alla storia del Mezzogiorno e, soprattutto, alla storia morale dello Stato italiano. Perché vi sono vite che, nel momento in cui vengono spezzate, non si chiudono. Restano aperte. Continuano a interrogare le comunità, le istituzioni e le generazioni successive”. Generazioni successive per le quali, come evidenziato dal magistrato Catello Maresca, “è importante conoscere il passato e capire perché oggi succedono certi fatti. La matrice tra terrorismo e mafia è identica e si chiama eversione. Quindi, il ricordo è monito; è testimonianza viva e in questo la Cultura ha un ruolo fondamentale”.

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