Di Giuseppe Geppino D’Amico

Aprile è il mese della prevenzione alcologica. L’iniziativa è stata lanciata nel 2001 dalla Società Italiana di Alcologia (SIA) e dall’Associazione Italiana dei Club degli Alcolisti in Trattamento (AICAT). Nell’occasione vengono resi noti i dati relativi a un fenomeno che desta in Italia preoccupazioni sempre maggiori. Questo appuntamento annuale, noto anche come Alcohol Prevention Month, ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi legati al consumo di alcol e promuovere stili di vita più sani. Il culmine delle attività si raggiunge solitamente il 22 aprile, giornata istituita come Alcohol Prevention Day (APD). Durante tutto il mese, enti come il Ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e diverse associazioni locali organizzano campagne informative per informare sui danni cellulari e organici causati dall’etanolo, prevenire l’inizio del consumo tra i giovanissimi (fascia sempre più a rischio), supportare chi desidera ridurre o interrompere il consumo di bevande alcoliche e sfatare i falsi miti, come l’idea che l’alcol aiuti la digestione o riscaldi il corpo.
Sull’argomento Vallo Più ha intervistato il dottore Aniello Baselice, direttore della struttura Terra Futura, attiva da anni presso l’ospedale di Sant’Arsenio.
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Secondo i nuovi dati diffusi dall’Osservatorio Nazionale Alcol (ONA) dell’Istituto Superiore di Sanità (che ha presentato il rapporto epidemiologico annuale Istisan in occasione del workshop internazionale “Alcohol Prevention Day – XXV edizione), sono 730mila le persone che hanno danni da alcol e avrebbero necessità di un trattamento clinico, ma solo l’8,3% viene intercettato dal Servizio sanitario nazionale. Nel 2024, sono 36 milioni i consumatori di alcol in Italia, pari al 76,7% degli uomini e al 57,1% delle donne, e circa 8 milioni e 200mila le persone di età superiore agli 11 anni (pari al 21,8% dei maschi e al 9,1% delle femmine) che hanno consumato bevande alcoliche in quantità e frequenza tali da mettere a rischio la propria salute.
Il binge drinking (il bere per ubriacarsi) riguarda 4 milioni e 450mila persone, di cui 79mila under 18, mentre sono 730mila i consumatori nei quali l’alcol ha già prodotto un danno e che avrebbero necessità di un trattamento clinico, ma solo l’8,3% è intercettato dal Ssn e preso in carico dai servizi. Tra gli 8 milioni e 200mila consumatori a rischio destano particolare preoccupazione i giovani di entrambi i sessi (circa 1.270.000 tra gli 11 e i 24 anni, di cui 580.000 minorenni), le donne (circa 2,5 milioni, con una quota del 13,3% tra le minorenni di 11-17 anni) e gli anziani maschi.
“Proprio sui consumatori a rischio si potrebbe agire con un’identificazione precoce e un intervento breve, Ipib, approccio per il quale su incarico del Ministero della Salute l’Ona sta lavorando svolgendo corsi di formazione specifici per il Servizio Sanitario Nazionale”, sottolinea Claudia Gandin dell’Osservatorio Nazionale Alcol dell’ISS.
Per quanto riguarda i giovani, in Italia 1 milione e 270mila ragazzi tra gli 11 e i 24 anni sono consumatori a rischio, pari al 18,2% dei maschi e al 13,1% delle femmine. Tra questi, 580.000 sono minorenni (il 15,5% dei maschi e il 13,3% delle femmine tra gli 11 e i 17 anni). Tra i ragazzi di età compresa tra i 18 e i 24 anni sono circa 690.000 i consumatori a rischio (il 21,0% dei maschi e il 12,9% delle femmine). Sempre elevata la diffusione del bere per ubriacarsi: 730.000 giovani, l’11,1% dei maschi e il 6,9% delle femmine, di cui 79.000 minorenni. Tra i 18-24enni le bevande più consumate sono la birra (64,9%) e gli aperitivi alcolici (64,3%) tra i maschi, mentre tra le femmine prevalgono gli aperitivi (58,4%), seguiti dalla birra (41,9%).


