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Con-Tatto (VIDEO) – Polla, tra tradizione e mistero ecco l’opera “Ucchiatura.0”, donata da Ulderico Di Domenico

Di Giuseppe Geppino D’Amico

Sabato 18 maggio a Polla è stata ufficialmente consegnata e collocata nell’atrio del Municipio l’opera “Ucchiatura.0”, donata dall’artista napoletano Ulderico Di Domenico, che da cinque anni vive a Polla e considera questa donazione “una forma di restituzione verso la comunità che mi ha accolto”. Pare che donatore e destinatari abbiano deliberatamente voluto evitare la data di venerdì 17! In tema di ucchiatura non si sa mai!

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Realizzata da Ulderico Di Domenico insieme a Tina Vigiano, in arte Oni Wong (prematuramente scomparsa nel novembre scorso), l’opera riproduce un corno contro l’ucchiatura che anche a Polla e nelle zone limitrofe del Vallo di Diano e del Cilento si riferisce al rito popolare per la diagnosi e la rimozione del malocchio. Dopo l’intervento di Ulderico Di Domenico, del presidente del Consiglio Comunale Giovanni Corleto e del sindaco Massimo Loviso, sono stati proiettati video e podcast sull’argomento, a cura di Roberto Panzella, Eliseo Nigro e Massimo Cancro, oltre ad alcune esercitazioni pratiche per la rimozione dell’ucchiatura, nello specifico con Anna Iaia, Franca Langone, Gerardina Cincotti e Carmela D’Avino. Al termine, un’applaudita performance del musicista Marco Zurzolo al sax con Biagio Fronda (chitarra), Michele Barrese (fisarmonica) e Orazio Ricca (percussioni). Le testimonianze raccolte nell’ambito del Progetto Memoria Attiva, sostenuto da Fondazione con il Sud, con Associazione Voltapagina e Pro Loco Polla, confluiranno nell’Archivio di Comunità “Archivio Polla”. Grazie all’installazione di un QR code nei pressi dell’opera di Di Domenico, è stato possibile seguire i video e ascoltare gli audio tramite smartphone.

Ma quanto conta il malocchio nei paesi del Sud? L’oratore romano Marco Tullio Cicerone, vissuto nel I secolo a.C., definiva superstiziosi coloro i quali, attraverso l’ausilio di preghiere, voti e sacrifici, si rivolgevano alle divinità per salvarsi. La superstizione, quindi, può ritenersi una credenza irrazionale secondo cui diversi oggetti o comportamenti possano influenzare eventi futuri.

L’opera “Ucchiatura.0” è stata rielaborata in chiave contemporanea e riproduce il corno napoletano, un totem apotropaico color rosso realizzato in resina con un’anima di ferro. Richiama le opere di Anish Kapoor, che con la sua arte rappresenta l’irreale, ciò che non esiste e ciò che potrebbe esserci. E la superstizione, nel nostro caso l’ucchiatura, specialmente nel Sud, esiste e resiste. È un vero e proprio rito popolare, una pratica magica e misteriosa per la diagnosi e la rimozione del malocchio. Una pratica che si insegna e si apprende nella notte di Natale ma che può essere eseguita in ogni momento della giornata per curare malesseri improvvisi come forti mal di testa o spossatezza, attribuiti all’altrui invidia che per la Chiesa è uno dei sette vizi capitali.

Chi non conosce l’antico adagio “Cogliono cchiù ll’uocchie ca ‘e scuppettate”. L’antidoto? È il seguente: “Uocchie e maluocchie e furbicielli all’uocche; schiatta la mmiria e crepano i maluocchie”! Dalle parole all’azione: tra i metodi ritenuti più efficaci per togliere il malocchio si segnala la pratica che prevede l’utilizzo di un piatto fondo pieno d’acqua in cui vengono versate alcune gocce di olio d’oliva; chi pratica il rito recita preghiere e formule segrete, spesso accompagnate da sbadigli o segni di croce, per “tagliare” il malocchio e liberare la persona dal mal di testa.

Ma qual è l’origine e cosa si intende per malocchio? La primogenitura è di difficile attribuzione. È un po’ come l’origine della tarantella: contesa da tutte le regioni del Mezzogiorno, è a Napoli che ha ottenuto il massimo del proselitismo. E questo vale anche per il malocchio. Il popolo partenopeo crede più di altri nella jettatura e, per tutelarsi al meglio, si munisce di ogni genere di amuleto e talismano. Il più gettonato è sicuramente “o’ curniciello”. Le origini di questo amuleto affondano le radici nell’età neolitica, nel 3.500 a.C., quando gli abitanti delle capanne erano soliti appendere un corno sull’uscio della porta, perché considerato simbolo di potenza e fertilità. Successivamente, in età romana, il corno veniva offerto alla dea Iside, affinché assistesse gli animali nella procreazione.

Per essere magico “o’ curniciello” deve essere realizzato rispettando poche ma necessarie regole. Innanzitutto deve essere rosso, colore che secondo la tradizione popolare è simbolo della fortuna. Deve essere di corallo, materiale prezioso e per molti dotato del potere di scacciare il male. In tempi di crisi va bene anche un materiale più economico che consente di realizzare corni enormi. Comunque, deve essere “tuosto, vacante, stuorto e cu’ ‘a ponta”. Attenzione, però: non si compra, ma si regala e si attiva seguendo regole precise.

Altro oggetto apotropaico è il ferro di cavallo. L’idea che porti bene, probabilmente, deriva dal fatto che le truppe dell’esercito romano marciavano a piedi e solo gli ufficiali andavano a cavallo; quando si perdeva uno zoccolo era necessario fare una sosta e quindi i soldati potevano riposarsi. C’è anche una seconda ipotesi: a Napoli il ferro di cavallo viene associato al numero 6 della smorfia napoletana.

Secondo la tradizione popolare, la jettatura era un’ideologia notevolmente fortificata presso la corte di Ferdinando IV di Borbone. La conferma si ebbe il 4 gennaio del 1825, giorno della morte del sovrano. Il giorno precedente il re aveva ricevuto a corte l’archeologo Andrea De Jorio, che godeva di grande fama per la professione che esercitava ma, suo malgrado, era conosciuto anche come uno dei più temibili jettatori, cosa ignorata dal sovrano che, venutone a conoscenza dopo l’incontro, si preoccupò parecchio. Nonostante l’attivazione di tutti gli scongiuri conosciuti, Ferdinando IV morì il giorno dopo per cause naturali legate alla vecchiaia (aveva 74 anni, che per quei tempi non erano pochi). Fatto è che da quel giorno, tra il popolo napoletano, la credenza nella jella aumentò sproporzionatamente.

Non è immune dalla superstizione la Basilicata, dove c’è un piccolo paese del materano il cui nome non viene pronunciato perché porterebbe male e, se proprio è necessario, è indicato genericamente come “quel paese”.

Un’ultima annotazione: Benedetto Croce ci ha spiegato che “La jettatura è una cosa che non esiste ma della quale bisogna tenere conto”. Eppure, tra le 19 giornate dedicate a particolari situazioni, alcune davvero strane, manca proprio la “Giornata Nazionale del malocchio”. Abbiamo la Giornata mondiale delle zone umide (2 febbraio), la giornata della lentezza (17 marzo), quella della risata (prima domenica di maggio), del bacio (6 luglio), del cane in ufficio (ultimo venerdì di giugno) e finanche dell’orgasmo (22 dicembre). In tema di superstizione c’è soltanto la “Giornata Mondiale del Gatto Nero”, spesso considerato portatore di sfortuna, che si celebra il 17 novembre. Forse è giunto il momento per proporre anche la “Giornata Nazionale del malocchio”. Ci sarà un politico di buona volontà, magari napoletano, disponibile a presentare la proposta al Parlamento? Con i tempi che corrono otterrebbe un grandissimo successo.

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