Di Giuseppe Geppino D’Amico
Sono tre le vicende legate alla Seconda guerra mondiale e al nazifascismo che meritano di essere ricordate. In ordine temporale, la prima è la “Giornata della Memoria”, istituita per ricordare le vittime della Shoah, ufficialmente designata da una risoluzione dell’Assemblea delle Nazioni Unite l’11 novembre 2005, ma che in Italia era già stata istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000, proposta dal giornalista Furio Colombo. Successivamente, con la legge n. 6 del 30 marzo 2024, è stato istituito il “Giorno del Ricordo”, celebrato il 10 febbraio, per onorare le vittime delle Foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Infine, con la legge n. 6 del 13 gennaio 2025, è stata istituita la “Giornata per ricordare gli IMI” (Internati Militari Italiani), fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 e deportati in Germania. La loro colpa? Essersi rifiutati di aderire alla Repubblica Sociale di Salò.
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La data del 27 gennaio, scelta per celebrare la “Giornata della Memoria”, segna l’Anniversario della Liberazione del campo di sterminio di Auschwitz nel 1945, quando le truppe sovietiche aprirono i cancelli, liberarono i superstiti e rivelarono al mondo le atrocità commesse dai nazisti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono al mondo l’orrore del genocidio. Furono anni di stenti, sopraffazioni, privazione della libertà e di qualsiasi dignità. Chi li ha vissuti non li ha più dimenticati.
Più volte il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha lanciato un monito agli italiani: “Abbiamo un dovere morale verso la storia e verso l’umanità intera: il dovere di ricordare”. Quest’anno, nel corso dell’incontro che il 27 gennaio viene organizzato al Quirinale, si è parlato anche degli IMI, ai quali è dedicata la giornata del 20 maggio, celebrata per la prima volta lo scorso anno a seguito della legge n. 6 del 13 gennaio 2025, approvata all’unanimità dal Parlamento. La giornata intende ricordare i soldati e ufficiali italiani (oltre 600.000) che, lasciati allo sbando dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, furono catturati dai tedeschi e rifiutarono di continuare a combattere dalla parte del nazifascismo. È stato scelto il 20 settembre perché in quella data del 1943 Hitler modificò la condizione dei soldati italiani catturati, coniando per loro l’inedita definizione di “internati militari”, anziché prigionieri di guerra, per sottrarli alle tutele della Convenzione di Ginevra e sottoporli a condizioni di detenzione durissime.
Gli IMI soffrirono la fame, subirono maltrattamenti e vessazioni, si ammalarono senza essere curati, furono costretti a lavorare per l’industria della Germania nazista e in molti casi vennero anche fucilati. Nel frattempo, la Repubblica Sociale Italiana (RSI) conduceva serrate campagne di reclutamento, ma la maggior parte non aderì. Decine di migliaia trovarono la morte nei campi tedeschi. Dopo la guerra, per molto tempo, in Italia non si vollero riaprire questi capitoli tra i più dolorosi della nostra storia. Nel corso dell’incontro al Quirinale, rispondendo alle domande di alcuni giovani, anche Liliana Segre ha parlato degli IMI: “Mi piace molto menzionare gli IMI che in 600 mila onorarono la patria rifiutando di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e rimasero nei lager per 20 mesi per loro scelta. Mio marito fu uno di loro. Anche agli IMI è dedicato il Giorno della Memoria ed è un peccato che troppo spesso ci si dimentichi che la legge voluta da Furio Colombo prevede che, accanto alla persecuzione del popolo ebraico, la giornata del 27 gennaio sia dedicata anche a conservare la memoria dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”.
Altra tragedia, conseguenza della Seconda guerra mondiale, è quella delle Foibe. Il 10 febbraio 1947, a seguito dei trattati firmati a Parigi, vengono cedute alla Jugoslavia di Tito le città di Pola, Zara, Fiume, insieme ai territori dell’Istria, del Quarnaro e di parte della Venezia Giulia, territori italiani per storia e cultura. Nasce così il dramma delle Foibe: una tragedia per circa 300.000 italiani, costretti a lasciare le proprie case; una strage per 12.000 persone di ogni età – in maggioranza italiani, ma anche croati e sloveni – legate e scaraventate vive o morte nelle cavità carsiche. I più “fortunati” furono deportati in Jugoslavia. L’epurazione, disposta da Tito, avvenne quando la guerra era ormai finita. I servizi segreti jugoslavi iniziarono ad arrestare in massa cittadini italiani, non solo fascisti ma anche civili, militari e appartenenti alle forze dell’ordine.
Per anni le Foibe sono state relegate nell’oblio, per non incrinare i rapporti di vicinato con la Jugoslavia. Ma la storia non si cancella, e le sofferenze patite dalle popolazioni di quelle terre non si dimenticano. Nel 2004 è stato istituito con apposita legge nazionale il “Giorno del Ricordo”, da celebrare il 10 febbraio. Per il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, “le Foibe furono una sciagura nazionale alla quale non fu attribuito, per superficialità o calcolo, il giusto rilievo. Per troppo tempo le sofferenze patite dagli italiani giuliano-dalmati con la tragedia delle foibe e dell’esodo hanno costituito una pagina strappata nel libro della nostra storia”. Nonostante permanga una residua sacca di negazionismo, oggi è opinione diffusa che il “Giorno del Ricordo” non sia nato in contrapposizione alla “Giornata della Memoria”. La Shoah rappresenta una tragedia senza paragoni; le Foibe restano un abisso, una voragine dell’inaridimento umano.
Ecco perché sarebbe importante dedicare a queste tre tragedie un’unica giornata della memoria, anche considerando che nel nostro territorio non sono mancate vittime della Shoah, delle Foibe e degli IMI.


