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Polla ricorda gli Internati Militari Italiani: storie di coraggio, prigionia e memoria

Di Giuseppe Geppino D’Amico

Bernardo Tramontano

“Spero che le nuove generazioni comprendano il sacrificio che abbiamo fatto. Io ne sono orgoglioso”. In queste poche parole, pronunciate oltre venti anni fa da Tramontano, prigioniero per due anni in un campo di concentramento in Prussia, e raccolte in un’intervista rilasciata al nipote Sabatino Piscitelli durante un colloquio registrato in famiglia, si può racchiudere il senso dell’incontro sul tema “La storia degli Internati Militari Italiani (IMI) all’estero nella Seconda guerra mondiale e il contributo di Polla”, che si è tenuto a Polla, nell’aula consiliare di Palazzo Santa Chiara. Con questo convegno, l’Associazione Palazzo Albirosa ha inteso celebrare la seconda “Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale”, prevista per il prossimo 20 settembre, in memoria di tutti i militari italiani detenuti per due anni nei campi di concentramento tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, perché avevano rifiutato di combattere al fianco dei nazisti e della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini. Furono una ventina i pollesi fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’8 settembre ’43 e deportati nei campi di concentramento, sette dei quali vi trovarono la morte.

Antonio Federico, Massimo Loviso e Geppino D’Amico

Dopo il saluto del sindaco Massimo Loviso e l’introduzione del professor Antonio Federico, presidente dell’Associazione Palazzo Albirosa, hanno relazionato sul tema il giornalista Giuseppe D’Amico e Giovanni Faluotico, entrambi figli di Internati Militari in Germania. Il maestro Bernardo Tramontano, anch’egli figlio di un IMI, ha proposto alcuni brani musicali tratti dal “Concierto de Aranjuez” e dalle colonne sonore dei film “Il mandolino del capitano Corelli” e “La vita è bella”. Nel corso del suo intervento, Antonio Federico, dopo aver illustrato l’importanza dell’iniziativa, ha chiesto al sindaco Massimo Loviso di ricordare, anche con una semplice targa marmorea, gli IMI e i 56 pollesi morti durante o dopo la Seconda guerra mondiale. Il sindaco Loviso ha assicurato il proprio impegno per trovare una soluzione alla richiesta.

Raffaele Cammardella

Nel corso dell’incontro, al quale hanno partecipato i presidenti delle Sezioni di Auletta, Petina e Sicignano degli Alburni dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, Antonio Gagliardi, Michele Russo e Vito Antonio Capece, non sono mancati momenti di emozione, ma anche di malcontento, specialmente quando Raffaele Cammardella, pronipote di Ciro Cammardella, morto durante la prigionia in Germania, ne ha ricordato la vicenda: “Il mio congiunto –ha raccontato Cammardella– faceva parte del 265° Reggimento di Fanteria di stanza a Creta, dove fu fatto prigioniero il 25 settembre del 1943. Deportato in Germania, fu rinchiuso nel campo di concentramento denominato Stalag VI-C di Bathorn, piccolo centro situato a 6 chilometri a ovest del villaggio di Oberlangen, nell’Emsland, nel nord-ovest della Germania. Ciro Cammardella si spense nel campo l’11 gennaio del 1944. Attualmente è sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo, riquadro 6, tomba 9. Avuta contezza della situazione, poco prima del Covid mi sono attivato per riportare a Polla i suoi poveri resti e ho contattato il Ministero. La risposta è incredibile: per riportare i resti di un militare morto da prigioniero di guerra dovevamo pagare 3.300 euro. Eppure Ciro Cammardella è morto perché fatto prigioniero mentre serviva la Patria e non era in Germania per villeggiatura”. Della vicenda sarà interessato il presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, Antonio Landi, affinché intervenga presso il Ministero competente.

Giovanni Faluotico

Altra vicenda, per certi aspetti sorprendente, è quella raccontata da Giovanni Faluotico, perché coinvolse contemporaneamente il padre, Raffaele, e il nonno, Giovanni. Nel 1939 Giovanni Faluotico fu chiamato alle armi e partecipò alla campagna voluta da Mussolini per realizzare le sue mire imperialistiche, con conseguenze disastrose. Fatto prigioniero dagli inglesi, Giovanni Faluotico fu trasferito in Gran Bretagna, dove rimase per sette anni. Nel frattempo, il figlio Raffaele, mentre svolgeva il servizio militare nel reparto di Artiglieria a Sparanise, in provincia di Caserta, il 23 settembre del 1943 fu fatto prigioniero dai tedeschi in ritirata verso il Nord e deportato in Germania, nel campo di Nestervov I/A, dove rimase fino al giugno del 1945, quando tornò a Polla. Soli sei mesi dopo, il 2 gennaio del 1946, anche il padre Giovanni, finalmente liberato dagli inglesi, tornò a Polla, dove abbracciò la moglie e i sette figli. Una storia, per certi aspetti, incredibile.

A illustrare la vicenda degli IMI è stato il giornalista Giuseppe D’Amico. Furono almeno 650.000 –per alcuni ricercatori sarebbero stati oltre 810.000– i nostri soldati e ufficiali che, lasciati allo sbando dopo l’8 settembre 1943, furono catturati dai tedeschi e trasferiti nei numerosi campi di concentramento aperti in Austria, Germania e Polonia. Circa l’80% scelse la via della prigionia, rifiutando di combattere per la RSI e la Wehrmacht o le SS contro altri italiani. Il rifiuto di collaborare con il nazifascismo fu interpretato come insubordinazione e trattato con estrema durezza. Furono detenuti in condizioni terribili; soffrirono la fame, subirono maltrattamenti e vessazioni, si ammalarono senza essere curati, furono costretti a lavorare per l’industria della Germania nazista e bastava poco per essere fucilati. Il cibo era pessimo e insufficiente. Nelle poche lettere che riuscivano a inviare ai familiari scrivevano di stare bene, ma non era così, e spesso potevano inviare cartoline prestampate sulle quali scrivere soltanto nome e cognome. La loro scelta fu una forma di resistenza civile, silenziosa ma decisiva. Fu un atto di dignità nel momento più buio della storia italiana. La loro testimonianza contribuì alla rinascita morale del Paese e merita oggi memoria e riconoscimento.

Associazione ANCR

Come si evince dall’articolo 1 della legge istitutiva della Giornata, la legge n. 6/2025, si è scelto il 20 settembre perché, in quella data del 1943, Hitler modificò la condizione dei soldati italiani catturati, coniando per loro l’inedita definizione di “Internati militari” anziché prigionieri di guerra. Questo perché non potessero usufruire della Convenzione di Ginevra e per costringerli a lavorare per l’industria bellica tedesca, nelle miniere e nei campi. Furono liberati nel maggio del 1945. Oltre 50.000 non fecero ritorno a casa e, tra questi, vanno ricordati quattro pollesi: Pasquale Caso, Ettore Volpe, Antonio Botta e Ciro Cammardella, ai quali vanno aggiunti altri 52 caduti sui vari fronti di guerra, per un totale di 56 morti.

Al danno si aggiunse la beffa, perché gli IMI sono stati ingannati in Germania e, dopo la liberazione, anche in Italia, dove poco o nulla è stato fatto per loro. In Germania furono danneggiati nel 1943, quando Hitler cambiò il loro status da prigionieri di guerra a Internati Militari per costringerli a lavorare per l’industria bellica tedesca; e nel 2000, quando la “nuova” Germania avviò un risarcimento per coloro i quali avevano lavorato durante la guerra. Gli italiani, però, furono esclusi da qualsiasi beneficio, in quanto non risultavano prigionieri di guerra, bensì internati militari. Una specie di gioco delle tre carte in salsa tedesca. Per molto tempo, in Italia, non si vollero riaprire i capitoli più dolorosi. A torto, gli IMI furono ritenuti traditori dalla destra e troppo poco partigiani dalla sinistra. Eppure, i primi partigiani sono stati proprio gli IMI, con il loro diniego a entrare nell’esercito della Repubblica Sociale di Salò e a combattere contro altri italiani. Nel corso degli anni è stato loro concesso solo qualche riconoscimento morale: con la legge 27 dicembre 2006, n. 296, è stata conferita agli IMI la Medaglia d’Onore con decreto del Presidente della Repubblica. La medaglia può essere richiesta anche dagli eredi degli IMI, figli o nipoti.

Merita di essere ricordato il monito che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha più volte rivolto agli italiani: “La libertà di cui oggi ci gioviamo ha un debito verso il coraggio di questi uomini. Abbiamo un dovere morale verso la storia e verso l’umanità intera: il dovere di ricordare”.

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