Di Giuseppe Geppino D’Amico

“Le parole che resistono contro il silenzio – Mafie, Europa e Comunicazione”: questo il tema dell’incontro promosso dal Comune di Monte San Giacomo attraverso l’Assessorato alla Cultura.
Una serata costruita attorno alle testimonianze di Paolo Borrometi e Sandro Ruotolo, due giornalisti che hanno fatto della ricerca della verità una ragione di vita e che hanno lasciato il segno attraverso il racconto della loro esperienza sul campo.
Entrambi hanno raccontato, senza arretrare, la criminalità organizzata, pagando personalmente il prezzo del proprio impegno professionale e civile.
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“La lotta alle mafie –hanno sottolineato Angela D’Alto e Aldo Manno, rispettivamente sindaca e assessore alla Cultura– parte dalle parole, quelle che rompono il muro dell’omertà e non si piegano mai all’intimidazione. L’incontro di oggi è un momento importante per chiunque creda nella legalità e nel valore della verità. La presenza di due giornalisti impegnati in prima linea per raccontare fatti e vicende delle organizzazioni mafiose è una lezione di coraggio quotidiano; stare al loro fianco significa far sentire a chi minaccia che la ricerca di giustizia non può essere isolata. Quello di oggi, quindi, non è soltanto un evento culturale, ma una scelta di campo civile”. Da parte sua, la dirigente scolastica dell’Istituto Omnicomprensivo “Giovanni Falcone” di Sassano, Giovanna Pagano, ha sottolineato l’importanza della scuola per trasmettere e far comprendere ai ragazzi il valore della legalità nella vita di tutti i giorni e ha ricordato le numerose iniziative che l’Istituto ha realizzato finora e che continuerà a organizzare, anche favorendo incontri con personalità impegnate nella lotta alle mafie.

Quello di Monte San Giacomo è stato un confronto sul valore dell’informazione, sulla responsabilità di chi racconta i territori e sulla forza delle parole quando riescono a infrangere il silenzio e l’omertà. La prima sessione, “Comunicare la verità”, ha avuto come protagonista Paolo Borrometi, presidente di Articolo 21 e giornalista sotto scorta dal 2014 per le sue inchieste sul crimine organizzato. Intervistato da Giuseppe D’Amico, Borrometi ha ripercorso le tappe della sua attività di giornalista in una regione, la Sicilia, a forte densità mafiosa. “La vita sotto scorta –ha spiegato Paolo Borrometi– è una vita drammaticamente segnata. La scorta mi ha salvato la vita. Però chiedo a chi pensa che la scorta sia un privilegio di riflettere e di non generalizzare”. Parlando delle inchieste realizzate, Borrometi ha affermato: “Sono molto numerose, per cui è difficile individuare quella che ha spinto le autorità a concedermi la scorta. Mi sono occupato di agromafie, di infiltrazioni mafiose nella politica, sempre facendo nomi e cognomi. Posso dire che le intimidazioni sono cominciate nel 2012. Prima bigliettini e telefonate anonime, poi la scritta ‘stai attento’ incisa con un punteruolo sul lato del guidatore della mia auto. Due anni dopo, il 16 aprile 2014, stavo dando da mangiare al mio cane, un pastore tedesco, quando sono arrivati incappucciati e mi hanno aggredito, dicendo: ‘Se non ti fai i fatti tuoi, questa è solo la prima’. Quella violenza mi ha lasciato una menomazione alla spalla, ma questa è solo la cicatrice fisica. Tra il 24 e il 25 agosto 2014 hanno incendiato la mia casa a Modica, forse partendo dallo zerbino: nell’abitazione c’erano anche i miei genitori. Da allora vivo sotto scorta. Nel gennaio 2015, qualche tempo dopo l’accaduto, mi sono trasferito dalla mia terra a Roma su consiglio degli inquirenti, ma continuo a scrivere inchieste sulla Sicilia”.

Rispondendo alla domanda su dove trovi il coraggio di continuare dopo 12 anni vissuti sotto scorta, il giornalista ha risposto senza alcuna esitazione: “La famiglia di origine è fondamentale. Siamo le scelte che facciamo, ma anche l’educazione ricevuta. Mi è stato insegnato a non girarmi dall’altra parte e io ho messo a frutto questo insegnamento. Quando arrivai a Roma, le ultime persone che vedevo la sera e le prime che vedevo la mattina erano i ragazzi della scorta e, in quel frangente, mio padre mi diede un biglietto con scritto ‘Mai giù, sempre su’. Un monito a non arrendersi che da sempre teneva per sé. Questo per me ha costituito un simbolo di vicinanza: anche se lontani, ho sempre sentito vicini i miei familiari”. Parlando della sua vita sotto scorta, Borrometi ha così proseguito: “Lo Stato ci ha dato la protezione e, nel mio caso, mi ha salvato la vita. La nostra è una vita piena di privazioni, ma che riguardano la sfera privata e non il mio essere giornalista. Non è un merito, non è una sconfitta dello Stato. La scorta è un deterrente, ma i pericoli sono troppo variabili. Mi fido dell’autorità dello Stato, che mi ha salvato la vita. Quando i processi saranno finiti, spero di tornare libero”.

La seconda sessione, “Europa e cittadinanza”, ha ospitato l’europarlamentare Sandro Ruotolo, che, a seguito delle minacce della criminalità organizzata, vive sotto scorta da undici anni. Prima di rispondere alle domande di Antonio Sica, il primo pensiero del giornalista napoletano è stato per Giancarlo Siani, il giovane “giornalista-giornalista” de “Il Mattino”, ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985, al quale ha dedicato una lettera in memoriam nel 40° anniversario dell’uccisione, letta tra l’emozione dei presenti: “Quarant’anni da quella sera di settembre –ha scritto Sandro Ruotolo– in cui la camorra decise che la tua colpa era semplicemente quella di fare il tuo mestiere: dare una notizia, raccontare i fatti, informare i cittadini. E io continuo a trovarlo insopportabile che, in un Paese democratico, un giornalista possa essere ucciso solo perché ha scritto la verità. Quarant’anni dopo, le cose non sono cambiate come avremmo sperato. Oggi in Italia ci sono 29 giornalisti sotto protezione dello Stato, minacciati dalla criminalità organizzata. Ventinove in tempo di pace. E fuori dai nostri confini il panorama è persino più cupo. In Messico, 174 giornalisti ammazzati. A Malta, Daphne Caruana Galizia saltata in aria in pieno giorno. In Medio Oriente, a Gaza, oltre 250 giornalisti uccisi dall’esercito israeliano, insieme a centinaia di familiari. Una strage silenziosa. E poi c’è la delegittimazione quotidiana, anche qui in Europa. La crisi delle democrazie liberali coincide con la crisi della libertà di stampa. È il segno che l’informazione non è libera, non è indipendente. Ricordarti significa capire che senza giornalismo libero non c’è democrazia. Ricordarti significa dire che non possiamo arrenderci alle minacce, alla violenza, al silenzio. Caro Giancarlo, se oggi fossi con noi, saresti ancora per strada a cercare una notizia. Noi, nel tuo nome, continueremo a difendere il diritto alla verità”. Particolarmente incisivo il finale della lettera. Parafrasando un celebre monologo del grande Eduardo De Filippo, Ruotolo ha così concluso: “Ci negano il diritto alla vita: è cosa ’e niente. Sempre cosa ’e niente. No, Giancarlo –ha concluso Sandro Ruotolo– nun è cosa ’e niente perdere la libertà di stampa”. Quindi ha letto alcuni brani scritti da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Rispondendo a una domanda di Sica sulla sua attività politica, Ruotolo ha affermato: “Credo in un’Europa che difende la libertà di stampa, protegge chi rischia la vita per raccontare la verità e contrasta le mafie. La mia battaglia nasce dal mio percorso di giornalista, accanto a chi non si piega alla paura e continua a informare. Al Parlamento europeo mi impegno ogni giorno per difendere il giornalismo libero, combattere le minacce e le intimidazioni contro i giornalisti e rafforzare la democrazia attraverso il diritto all’informazione e la lotta alla criminalità organizzata”. Commentando il fatto di vivere sotto scorta, Sandro Ruotolo ha così concluso: “La scorta è una vittoria dello Stato: significa che i mafiosi e i camorristi sono in galera. In Italia lo Stato garantisce l’articolo 21 della Costituzione: tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. E la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

La terza sessione della serata è stata dedicata al ricordo di Gianfranco Izzo, originario del luogo e cittadino onorario di Monte San Giacomo. Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Nocera Inferiore, nel corso della sua carriera Gianfranco Izzo ha condotto importanti inchieste contro la criminalità organizzata, anche negli altri uffici giudiziari nei quali aveva lavorato in precedenza. Lo hanno ricordato i vertici dell’Associazione Libertas “Antonio Nicodemo”, Pietro Nicodemo e Gerardo Marotta. Una targa è stata consegnata al figlio del magistrato scomparso, l’avvocato Valerio Izzo, presente con il figlioletto Gianfranco. “Un omaggio doveroso –hanno sottolineato Pietro Nicodemo e Gerardo Marotta– a una figura che ha rappresentato un esempio di rettitudine e servizio allo Stato. Non va dimenticato che Gianfranco Izzo aveva messo in palio diverse borse di studio in memoria della madre e riservate a giovani studenti di Monte San Giacomo”.

Presenti all’incontro il presidente e il vicepresidente di Svimar – Associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno, Giacomo Rosa e Pietro Calabrese, che hanno consegnato un riconoscimento alla sindaca Angela D’Alto per l’impegno profuso per il riscatto delle zone interne. Nel consegnare il riconoscimento, Giacomo Rosa ha sostenuto: “Il futuro del Mezzogiorno passa attraverso il coraggio di chi amministra e investe in prima linea. Questo riconoscimento, destinato a 12 donne sindache delle regioni in cui Svimar è presente, vuole sensibilizzare il mondo femminile verso l’impegno imprenditoriale e politico attivo, puntando sull’importanza della formazione nella gestione delle risorse per superare il divario territoriale tra Nord e Sud”.

Nel corso della serata Gaia Bassi alla voce e Lucio D’Amato al pianoforte hanno proposto alcuni brani legati agli argomenti trattati nel corso del convegno. Applauditissimo “Imagine” di John Lennon. Le esibizioni hanno arricchito il racconto, rendendolo ancora più coinvolgente. In chiusura del convegno, la sindaca Angela D’Alto, nell’esprimere la propria soddisfazione per la riuscita dell’iniziativa, ha evidenziato un dato molto importante: “Con questa iniziativa Monte San Giacomo dimostra che la cultura della legalità non è un’astrazione, ma un impegno concreto e quotidiano. La lotta alla mafia si vince solo insieme, con la conoscenza, la partecipazione e la memoria”.




