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Con-Tatto (VIDEO) – Caporalato, una piaga sociale che resiste: a Eboli il confronto voluto dal Rotary

Di Giuseppe Geppino D’Amico

“Il Caporalato: una storia antica”: questo il tema dell’incontro-dibattito che si è tenuto a Eboli per iniziativa del locale Club Rotary, in Interclub con Paestum Centenario, Campagna Valle del Sele e Tuscianum 1929, al quale ho avuto la possibilità di partecipare. Alla proiezione della videoinchiesta sull’argomento, realizzata nel 1981 dal giornalista Vito Pindozzi per la RAI, e ai saluti dei presidenti dei Club partecipanti (Elio Rocco, Carrie Rodella, Francesco Micocci e Cesare Pandolfi), è seguito un interessante dibattito, coordinato dal presidente del Club Rotaract di Eboli, Dario Panico, nel corso del quale sono intervenuti anche l’autore della videoinchiesta, il Segretario Generale FLAI-CGIL Alferio Bottiglieri e il sindaco di Eboli, Mario Conte. Al termine, l’intervento di Maria Concetta Lombardi, Assistente del Governatore del Distretto Rotary Campania 2101, Angelo Di Rienzo.

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Il caporalato è un’antica piaga sociale che, purtroppo, ancora oggi esiste e resiste, non soltanto nella Piana del Sele o in altre località pianeggianti della Campania, ma anche in altre Regioni quali la Puglia, la Calabria, il Lazio e la Toscana. È un reato, per cui sono imputabili sia chi recluta (il caporale) sia chi “utilizza, assume o impiega manodopera” (il datore di lavoro), sottoponendo lavoratori e lavoratrici a condizioni di sfruttamento. Il lavoratore non è invece punito per il solo fatto di lavorare senza contratto o senza permesso di soggiorno.

Nella Piana del Sele (in particolare nel triangolo Eboli, Battipaglia, Capaccio Paestum) il caporalato rappresenta una forma di sfruttamento lavorativo, specialmente in agricoltura. Un’agricoltura d’eccellenza in un territorio di circa 600 chilometri quadrati; oltre 4.000 imprese agricole, 6.000 ettari di serre e molti comparti agricoli: dall’olivicolo al vitivinicolo, dal lattiero-caseario all’allevamento, dall’orticoltura alla fragolicoltura e, in special modo, alla produzione di insalate pronte per il consumo.

E oggi? Uno dei pochi cambiamenti è rappresentato dalle “vittime” del fenomeno, che non sono più le donne che alle 4 di mattina partivano dai centri della Valle del Tanagro, dal Vallo di Diano e dalle province di Potenza e Avellino a bordo di vecchi autobus per lavorare oltre dieci ore sotto il sole. Oggi ad essere sfruttati sono soprattutto gli immigrati. Nonostante la chiusura dei ghetti storici come quello di San Nicola Varco, persiste il cosiddetto sfruttamento migrante attraverso il lavoro sottopagato e il “caporalato abitativo”. Fortunatamente, accanto alle ombre esistono esperienze che indicano una direzione possibile. Esperienze che non fanno rumore, ma costruiscono futuro. Esistono realtà che hanno scelto la via della legalità non come obbligo, ma come valore. Imprese che rifiutano il caporalato, che investono nella dignità del lavoro, che considerano il lavoratore – italiano o straniero – non come forza anonima, ma come persona. Sono queste le buone pratiche che vanno raccontate non per edulcorare il problema, ma per dimostrare che un’alternativa esiste già. Ed è questa la via da seguire.

Accanto alle imprese, ci sono le storie. Storie di uomini e donne che, arrivati in condizioni di fragilità, hanno trovato nel lavoro regolare non solo un reddito, ma una possibilità di riscatto, di identità, di appartenenza; l’integrazione non è un costo da sostenere, ma una risorsa da riconoscere. Il territorio ha un ruolo decisivo in questo processo: le Istituzioni, le associazioni, il mondo produttivo sono chiamati a costruire una rete capace di sostenere percorsi virtuosi, di premiare le imprese etiche, di isolare chi invece continua a operare nell’illegalità. Oggi il tema della legalità torna centrale. Legalità significa tutela dei diritti, ma anche qualità del lavoro, competitività delle imprese, equilibrio sociale. Significa creare condizioni in cui il rispetto delle regole non sia un limite, ma un vantaggio. Forse è proprio questo il punto da cui ripartire: trasformare la legalità da vincolo a opportunità. E allora il senso di un incontro come quello di Eboli può essere proprio qui: non limitarsi a fotografare il problema, ma contribuire a costruire una visione. Una visione in cui il lavoro è dignità, l’integrazione è risorsa e il territorio diventa spazio condiviso, capace di includere senza perdere sé stesso.

Nel corso del convegno non è stato tralasciato l’aspetto storico e antropologico del fenomeno, anche perché in passato il caporalato, sia pure con nomi diversi, era ben presente e sono stati tantissimi i nostri connazionali emigrati oltreoceano ad essere stati sfruttati. In particolare, sono state ricordate due tragedie del mare: il naufragio di Cutro, con almeno 94 vittime (tra cui 35 minori), avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, quando un caicco partito dalla Turchia e carico di almeno 180 migranti si è infranto lungo le coste italiane.

L’altra tragedia ricordata si verificò il 17 marzo 1891 nel porto di Gibilterra, dove affondò il piroscafo inglese “Utopia” con il suo carico di emigranti (oltre 800), in massima parte del Sud Italia. Sognavano di arrivare in America; invece, a causa delle proibitive condizioni atmosferiche, il piroscafo andò a sbattere contro una nave da guerra inglese ferma nel porto. Lo scontro fu terribile e bastarono soltanto venti minuti per vedere colare a picco la “Utopia” con 526 vittime tra emigranti e membri dell’equipaggio. Sei erano di Buonabitacolo: come tanti altri avevano lasciato l’Italia per sognare un futuro migliore, ma il loro sogno si infranse nelle gelide acque di Gibilterra. Sono i precursori di coloro che oggi continuano, loro malgrado, a morire nelle acque del Mediterraneo, il “mare nostrum” dei Romani, che troppo spesso diventa “mare monstrum”. Sono le vittime innocenti di tragedie che si potrebbero evitare.

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