di Paolo Apolito
Il Vallo di Diano era un concentrato di zampogne e zampognari di qualità. Se n’era accorto Alan Lomax negli anni Cinquanta e lo aveva documentato. Nei decenni successivi le tradizioni zampognare si erano conservate e persino rafforzate. Nei pellegrinaggi in montagna, nelle processioni in paese, in tutto il Vallo, zampogne e zampognari erano immancabili. Con alti e bassi. Con qualità diverse. Con fama diversa. Ma tutti centrali nelle ritualità. Era una ricchezza musicale e strumentale che veniva da lontano. Che andava preservata poiché raccontava la storia di quei luoghi dal basso. Dall’interno del “mondo popolare”. Testimoniava la forza di quelle tradizioni musicali, a dispetto del discredito in cui le avevano tenute gli ambienti urbani, colti e borghesi, e gli stessi viaggiatori europei che ammiravano le rovine greco-romane e i panorami mediterranei, ma disprezzavano i contadini e i pastori che vi abitavano.
Goethe aveva visto e sentito a Roma “due pastori degli Abruzzi (che) stavano davanti all’immagine della Madonna e suonavano le loro zampogne”. Il suo giudizio era stato lapidario: “il suono è monotono e selvatico, e dopo poco diventa quasi insopportabile”. Non da meno gli intellettuali delle città. Mastriani per esempio, scrittore napoletano dell’Ottocento, scriveva: “Quei montanari soffiano nelle loro zampogne con una ostinazione barbarica, cavandone suoni aspri e monotoni che riempiono le strade di un frastuono selvaggio”. E Matilde Serao aggiungeva: “Le zampogne degli abruzzesi urlano nelle strade con una monotonia ostinata, una musica primitiva che pare fatta più per stordire che per dilettare”.
Sfuggiva loro che il suono incantatorio delle zampogne aveva un preciso ruolo nelle processioni e negli altri rituali: quello di favorire nei partecipanti un flusso di coscienza che li avvicinava alla potenza del Cielo che invocavano. Come dervisci nelle loro danze.


