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Padula, dagli archivi riemerge la storia di Carmine Rotundo, violinista cieco del Settecento

di Elia Rinaldi

Una vita rimasta nascosta tra le pagine dei registri parrocchiali riemerge oggi dagli archivi storici di Padula, restituendo alla memoria collettiva una figura singolare e affascinante. Si chiamava Carmine Rotundo e, a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, era conosciuto nel paese valdianese come suonatore di violino.

La scoperta è il risultato di una ricerca condotta dall’archivista Miguel Sormani, che ha segnalato al Museo del Cognome di Padula, diretto da Michele Cartusciello, un documento particolarmente interessante: l’atto di morte di Carmine Rotundo, datato 1817. Dal registro emerge che l’uomo morì all’età di 56 anni, celibe e senza lasciare “beni di fortuna”, formula utilizzata all’epoca per indicare l’assenza di patrimoni o ricchezze.

A rendere ancora più significativa la vicenda è però la professione riportata nel documento. Carmine Rotundo era infatti un suonatore di violino, attività non comune per il contesto sociale e storico del tempo e che lascia immaginare una vita dedicata alla musica in un piccolo centro del Vallo di Diano.

La ricerca non si è fermata all’atto di morte. Attraverso un accurato lavoro di consultazione dei documenti ecclesiastici, i ricercatori sono riusciti a rintracciare anche il suo atto di battesimo, registrato il 30 gennaio 1760. Un tassello che ha consentito di ricostruire con maggiore precisione la sua esistenza.

Un’ulteriore sorpresa è arrivata dalla consultazione dello Stato delle Anime del 1799, uno dei più importanti censimenti parrocchiali dell’epoca. Da quel documento è emerso un particolare destinato a rendere ancora più straordinaria la storia di Carmine Rotundo: il violinista era cieco.

La storia del musicista padulese ricorda quanto patrimonio umano sia ancora custodito negli archivi di Padula e del Vallo di Diano, dove nomi dimenticati e vite comuni continuano ad attendere di essere riscoperti.

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