di Antonio Federico
Per il 25 aprile 2025, giornata dedicata alla liberazione, la Associazione “ Palazzo Albirosa ” vuole ricordare la figura di Alfonso Gatto, un personaggio importante nella cultura e nella storia della resistenza italiana, ma anche nella storia del Palazzo Albirosa di Polla. Salernitano di nascita, con madre e nonni discendenti dalle famiglie Albirosa e Giallorenzi (la madre era Erminia Albirosa, come riporta la Enciclopedia Treccani “di origini salernitane (precisamente di Polla), una donna colta, di “discendenza borbonica illuminata”, che vantava studi umanistici e una profonda dottrina. Era figlia di Emilia Giallorenzi e Alfonso Marcellino Albirosa, un suo cugino, avvocato.”

Alfonso Gatto nasce a Salerno il 17 luglio del 1909. Il padre Giuseppe, di origini calabresi, era titolare a Salerno di un piccolo cantiere navale. Qui passa la sua infanzia e la giovinezza. Egli è stato uno dei fondatori della corrente della poesia ermetica, oltre che pittore, giornalista, scenografo ed attore, ed ha cantato la resistenza con toni realistici e civili, unendo la memoria del dolore alla speranza della liberazione in opere pubblicate nei volumi “La storia delle vittime. Poesie della Resistenza” (1943-47 – 1963-65, edita da Mondadori) ed “ Il Capo sulla Neve”, poesie che testimoniano il suo impegno partigiano (1947-49).
Riporto il testo di una sua breve biografia dell’Associazione Italiana Partigiani (ANPI) in una raccolta sui Perseguitati Politici tra i partigiani della Campania.
“ Interrotti gli studi universitari a Napoli, nel 1934 si era trasferito a Milano vivendo di collaborazioni a varie riviste italiane sino a che non era stato assunto al quotidiano del pomeriggio L’Ambrosiano. Arrestato dalla polizia fascista per attività contro il regime, nel 1936 era finito a San Vittore. Scarcerato dopo sei mesi, Gatto trova un lavoro di correttore di bozze al Corriere della sera, dove rimane sino a che non si trasferisce a Firenze. Qui, con Vasco Pratolini fonda e dirige Campo di Marte, un quindicinale di lettere ed arti che sottintende la necessità di condurre nella cultura e nella politica un’attiva opposizione al fascismo. È il 1940 quando il poeta, che l’anno prima aveva pubblicato a Milano il volume Poesie, tenta (senza riuscirci, perché è notoriamente antifascista), di farsi assumere al quotidiano la Nazione di Firenze. Dopo l’8 settembre 1943 il poeta prende parte alla Resistenza e, dopo la Liberazione torna all’attività giornalistica. Nominato per “chiara fama” professore di Lettere al Liceo artistico di Bologna, Alfonso Gatto nel dopoguerra è nel capoluogo lombardo per codirigervi il quotidiano Milano-sera. Tra la fine del 1946 e il 1947 è a Venezia come redattore capo del Mattino del popolo. Nell’estate del ’47 è a Torino nella redazione del quotidiano del PCI l’Unità e, con Vasco Pratolini, segue il Giro d’Italia nelle edizioni di quell’anno e del 1948. È anche il periodo in cui, a Roma, dirige il quindicinale Pattuglia. Del 1947 sono le sue Liriche della Resistenza, sulla quale ebbe a scrivere: “… non è un momento eccezionale dell’essere: essa è, all’opposto, un tempo che dura, il farsi nel tempo e nella storia di una coscienza comune. Bisogna lavorare permanentemente per una rivoluzione che abbia nell’uomo il suo centro”. Alfonso Gatto, che nel 1951, era uscito dal PCI, continuò a scrivere per diversi giornali. Per Epoca scrisse di un viaggio in Sardegna, di santuari del centro-sud, di un viaggio a Pompei che gli ispirò la lirica Sera a Pompei. Ha seguito due edizioni del “Tour de France” ed è stato anche redattore sportivo del quotidiano milanese Il Giornale, quando era diretto da Indro Montanelli. Ha lavorato pure per la RAI, impegno che l’aveva indotto a trasferirsi a Roma. L’errabondo poeta è morto in un incidente stradale presso Capalbio l’8 marzo 1976; è sepolto nel cimitero di Brignano (SA); sulla sua tomba sono incise le parole dell’amico Eugenio Montale: “Ad Alfonso Gatto/per cui vita e poesie/furono un’unica testimonianza/d’amore”.

Mi piace ricordarlo nella giornata di oggi con due sue famose liriche dedicate al 25 aprile.
“25 aprile”
La chiusa angoscia delle notti, il pianto
delle mamme annerite sulla neve
accanto ai figli uccisi, l’ululato
nel vento, nelle tenebre, dei lupi
assediati con la propria strage,
la speranza che dentro ci svegliava
oltre l’orrore le parole udite
dalla bocca fermissima dei morti
“liberate l’Italia, Curiel vuole essere avvolto nella sua bandiera”:
tutto quel giorno ruppe nella vita
con la piena del sangue, nell’azzurro
il rosso palpitò come una gola.
E fummo vivi, insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi piena la mano nel suo pugno: il cuore
d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.
La ballata del 25 aprile
Dicevo in ogni giorno, in ogni mese:
«Verrà verrà l’aprile, quel cortese
d’aprile le campagne del maggese
dal duro della zolla avranno i fiori».
Io credevo a quel cielo, a quei colori
della speranza, ed era un metter fuori
le parole taciute in tutti i cuori,
un respirare l’aria con gli odori
della terra vedere gli occhi – i chiari
occhi dei vivi – accendersi nel nome
delle cose chiamate a dirle vere:
la sedia, il pane, l’acqua, il vino, come
nel primo giorno, nelle prime sere.
E per la libertà chiedevo ai mari
la parola del vento che precorre
le sue distanze, il brivido che corre
sull’acqua, l’orizzonte della torre
che oltre il vedere sembra di vedere
bianca nel bianco delle sue scogliere.
E dell’amore dentro me scaldavo
la tenerezza come un figlio, il fiato
dell’umana temperie. «Tornerà
– dicevo – tornerà da questo scavo
di silenzi e di gelo il soleggiato
cammino della terra, la parola
dell’uomo solo non sarà più sola».
Credevo – con il corpo – come il seme
sotto la neve nel germoglio preme
la lieve scorza e sente tutta insieme
la terra che s’appiglia al filo d’erba.
L’Italia vecchia s’era fatta acerba.
La libertà per giungere all’aperto
delle sue piazze, nel clamore incerto
che udivo come in sogno alzare Roma,
era – a sognarla – da lontano come
lo stupore di vivere a chi vede
la prima volta muovere il suo piede.
Quando sarebbe giunta a noi? Milano
era in lungo inverno dal lontano
settembre: dall’estate di Loreto
di giorno in giorno chiusa nel divieto
delle sue strade in mezzo alla pianura.
Uscì la primavera dall’oscura
notte d’aprile e rivedemmo il giorno.
In Piazza Tricolore, tutti intorno
Alla vecchia bandiera, i patrioti
– popolani ragazzi visi ignoti –
uscivano dai libri delle scuole,
dalle Cinque Giornate incontro al sole
della mattina, incontro agli operai.
Era la libertà che non fu mai
così vera, decisa. Dal suo lutto
che in ogni casa ricordava il vuoto
dei morti, degli assenti nell’ignoto
viaggio verso i lager, con tutto
il suo pianto segreto, il duro strazio
di non sapere, confermava l’uomo
umano nel suo vivere lo spazio,
nella misura che l’accoglie: voce
di sé per tutti in ogni voce, duomo,
casa, fabbrica, scuola, amore, foce
del grande fiume verso la sorgente.
Era la libertà che non ha niente
e dà nome alle cose, tocca i vivi,
li scuote a dirli vivi più dei vivi.
Ci toccavamo increduli, era vera
la terra, vero il cielo, e nella sera
da braccia a braccia passavamo stretti
nel ballo dietro i canti e gli organetti.
E per la libertà voglio che il mare
non abbia fine e che l’aprile sia
per tutti quella grande primavera
che noi vedemmo uscendo sulla via
con la falcata sempre più leggera,
correndo senza peso alla parola
dell’uomo solo che non è più sola:
Italia, patria senza monumento,
vita che vive, spazio, luce, vento.
Ambedue le poesie celebrano con alto valore lirico la fine della guerra e la liberazione, il sacrificio dei tanti partigiani e l’inizio di una rinascita morale e civile.
Dopo circa 80 anni, in un momento attuale di grande crisi mondiale, dove tutti i concetti tradizionali di libertà, democrazia e giustizia stanno vacillando, questi versi ci fanno riflettere sul passato ma anche sul possibile prossimo futuro qualora questi valori universali venissero aboliti e sostituiti dalla legge del più forte.


