Di Antonio Sica
“Dai margini in lotta per una vita bella”: lo slogan scelto per la manifestazione di stamattina a Sala Consilina ha accompagnato il corteo partito da località Trinità, in adesione allo sciopero nazionale.

Una protesta pacifica, che ha visto presenti studenti, docenti, genitori, lavoratori, cittadini e rappresentanti di associazioni e amministrazioni. In strada si sono ritrovate persone di generazioni diverse. Accanto agli studenti delle scuole superiori c’erano anche ragazzi delle medie, genitori che avevano accompagnato i figli e docenti che hanno scelto di esserci. Tra i partecipanti anche alcuni volti noti, che animavano le mobilitazioni valdianesi già quando erano loro ad essere studenti, decenni fa, e che non hanno mai perso la voglia di crederci.
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Le ragioni della mobilitazione erano diverse e legate tra loro: il carovita, il rincaro dei carburanti e dei beni essenziali, la precarietà, le risorse per la scuola e la ricerca, la sanità pubblica e le ricadute sociali della guerra. Ai microfoni di Vallo Più una studentessa, Irene, ha raccontato la volontà di dare voce ai giovani delle aree interne, convinta che anche da questi territori si possa prendere la parola e incidere sul proprio futuro. Una docente che collabora con l’Università di Salerno ha richiamato l’attenzione sulla necessità di investire nell’istruzione e nella ricerca. Un’insegnante delle scuole superiori ha parlato dei tagli, dei salari e della dignità della scuola, affidando a un cartello una frase ironica e amara: “Se la scuola costa, provate l’ignoranza”. Abbiamo raccolto anche la testimonianza di Pietro Pernetti, sindacalista e genitore, che ha accompagnato la figlia e i suoi compagni. Ha parlato di un malessere che riguarda il diritto allo studio, alla casa, alla sanità e alla salute, ma anche delle difficoltà dei giovani nel costruire il proprio futuro. “È giusto che già da piccola abbia la sua coscienza e maturità civile”, ha detto riferendosi alla figlia.
Non molti dei partecipanti, però, hanno voluto fermarsi a parlare o spiegare le ragioni della propria presenza. È una scelta che va rispettata. E la partecipazione di oggi, contenuta rispetto alle aspettative di molti, lascia comunque alcune domande aperte. Non si protesta per forza, naturalmente, e la scelta di non esserci non basta a spiegare cosa pensano o cosa vivono le persone. Resta la sensazione che esprimere pubblicamente il proprio malcontento possa essere difficile. Un paradosso, se pensiamo a quanto il malcontento, nelle conversazioni quotidiane e nelle lamentele sui social, emerga con frequenza. Certo, i disordini verificatisi in altre città possono aver alimentato timori o la volontà di non essere confusi con chi pratica la violenza. A Sala Consilina, va ribadito, il corteo si è svolto pacificamente. Tra le categorie rappresentate c’era anche il commercio, con una sola rappresentante. “Sono stata l’unica -ci ha detto- a chiudere il mio negozio per essere qui”. Un dato che può far riflettere, senza trasformarsi in un giudizio: l’assenza dalla piazza non significa necessariamente che una categoria sia soddisfatta o ritenga inutile protestare. Probabilmente molti non hanno gradito l’origine della mobilitazione, indetta -in tutta Italia- dai sindacati USB.
Il confronto con le grandi mobilitazioni valdianesi del passato è inevitabile. Sono lontani i tempi della protesta contro la stazione elettrica di Terna a Montesano Scalo, capace di portare in strada oltre mille persone, tra giovani, famiglie, ambientalisti e amministratori. Sono cambiati i temi, i tempi e le forme della protesta; forse è cambiato anche il modo in cui una comunità riesce a riconoscersi in battaglie comuni. Oggi, anche se le condizioni di vita di molti negli ultimi anni sono progressivamente peggiorate, c’è molta frammentazione e grande individualismo.
Il corteo di stamattina è stato una goccia nello stagno. Può diventare l’occasione per interrogarsi su quanto ci riguarda davvero, sulla difficoltà di costruire uno spirito unitario e su una condizione economica e sociale che pesa anche sulla classe media. Certo una manifestazione non risolve i problemi. Può però aprire una riflessione. Perché finché tutto continuerà a scivolarci addosso, sarà difficile che qualcuno si preoccupi per noi.






