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Dal “Festival del Lamento” in Calabria al Vallo di Diano: quando lamentarsi diventa storia, cultura e tradizione

Di Giuseppe Geppino D’Amico

Pare proprio che le giornate dedicate a personaggi, avvenimenti storici e prodotti culinari siano destinate a diventare così numerose che, in un futuro più o meno prossimo, i 365 giorni dell’anno solare potrebbero non essere sufficienti per contenerle tutte. Ci sono ricorrenze civili di grande impatto sociale, ma non mancano giornate che, francamente, hanno minore valenza. Qualche esempio? Giornata dei calzini spaiati, dei mancini, delle zone umide, dei legumi, del gatto, del sonno, della coscienza, del tè, della bicicletta, del bacio, della risata e altre ancora. Ci mancava il “lamento”, che è arrivato quattro anni fa a Soveria Mannelli (CZ), dove dal 1° al 4 agosto si celebra il “Festival del Lamento”. Per quattro giorni ognuno può lagnarsi o rammaricarsi a oltranza, con possibilità di trasformare il malumore collettivo in cultura e, al tempo stesso, partecipare anche a succulente cene comunitarie. Grazie al “Festival del Lamento”, Soveria Mannelli diventa la capitale di una sorta di malcontento libero e organizzato. L’idea parte da una semplice constatazione: visto che il mondo va storto, tanto vale lamentarsene in compagnia.

Il programma di quest’anno ha alternato momenti pubblici a laboratori artigianali con una lamentazione serale, in cui un ospite diverso è salito sul palco per raccontare cosa significhi lamentarsi oggi. Marco Cappato ha ripercorso le storie raccolte nei suoi anni di attivismo per la campagna “Liberi Subito” per l’eutanasia legale. La storica Giovanna De Sensi Sestito ha raccontato il lamento rituale nella Magna Grecia; il giornalista Filippo Ceccarelli ha passato in rassegna i lamenti della classe politica italiana degli ultimi decenni, con una carrellata dei lamenti che la classe politica riversa sugli italiani, facendone una strategia comunicativa all’insegna del “Vorrei ma non posso; ho le mani legate”. Ha chiuso il ciclo l’antropologo Vito Teti, legando il concetto di lamento a quello di “restanza” nei luoghi che si spopolano, un fenomeno particolarmente preoccupante nel Sud. Per gli organizzatori del festival: “Lamentarsi costituisce un’ontologia, uno scandire del tempo. Il lamento assolve a una funzione comunicativa; è esercizio di redenzione e assoluzione delle coscienze; è propulsore di energie nell’esatto momento in cui canta la materia inerte, morta”.

Il lamento ha una storia antica e spesso era anche fonte di guadagno. Lo sfruttavano bene le prefiche, donne pagate per recitare lamenti e piangere durante le cerimonie funebri; vestite di nero urlavano come disperate, piangevano e si graffiavano la faccia… per soldi. Questa pratica ha radici antiche e si è manifestata in diverse culture, nell’antica Grecia, nell’antica Roma e in Egitto. La loro presenza era considerata importante per onorare e commemorare il defunto con il lamento, visto come un segno di rispetto e dolore. In Calabria le prefiche non solo piangevano il morto, ma cantavano anche i suoi meriti e la sua storia, mantenendo viva la memoria e l’onore del defunto. Anche se la Chiesa, con il passare del tempo, ha ridimensionato il fenomeno delle prefiche cercando di promuovere una visione più interiorizzata e spirituale del dolore per la perdita di un proprio caro, questo mestiere è rimasto ancorato nella cultura di alcune località del Sud. Ad oggi, anche se non più a pagamento, si può ancora assistere alle processioni funebri con la presenza delle prefiche che, sempre rigorosamente vestite di nero e con il capo coperto, intonano canti e lamenti per celebrare la perdita del defunto.

E nel Vallo di Diano? Anche da noi il lamento esiste e resiste e ogni emozione, fortemente sentita, può generare lamento. Soprattutto nei confronti dei defunti. Su questo abbiamo almeno due testimonianze straordinarie grazie ad altrettanti lavori in vernacolo di Peppino Amabile per Sant’Arsenio (‘A cammesola) e di Pasquale Petrizzo per Sassano (“U chianto ru muorto”). Due opere di grande valore antropologico e culturale, utili a chi intende studiare il dialetto e le tradizioni popolari. Entrambe affrontano il tema del lamento dinanzi al corpo del defunto.

Peppino Amabile visto da Enrico Coiro

Nell’atto unico ‘A cammesola appare emblematico il comportamento di Ronata, moglie del protagonista Pietro, che quando è sola con i parenti più stretti si rivolge così al defunto: “Ah! Ca si stato fessa bonarieddo! Si mme vene a mende tutto chero ch’aggio passato, no mm’avera assi’ mango na lahrama… Che è, no re buo’ esse ritto? (rivolta agli altri) Maronna!! Non saccio com’aggio fatto! Simo stati quarandacing’anni nziemmeri e no aggio mai capito ‘stu cresteiano quanno recia ‘a veretate e quanno recia a buscia… Ma ‘a meglio parte erano sembe buscie…”. In presenza di estranei il tono cambia: “Pietro mio! halandomo mio!… Maronna quanda sahrefizii ha fatto!”. E quando la vicina di casa, Vastianella, entrando dice: “E nn’amo mannato a comba Pietro!”, Ronata risponde decisa: “Nui? E’ stato hiddo lo scostumato ca se nn’ha boluto j…”; e a Vastianella che cerca di consolarla: “Ma si avia sta’ a cemmeterio re chera manera, ha fatto na hrazia ‘u pataterno e bb’ha fatta puri a bbui ca s’ha chiamato e bb’av’assuoto re brazza…”, Ronata risponde decisa: “Ma io era cundende re mm’u tene’, rutto com’era…”.

Pasquale Petrizzo

Anche Pasquale Petrizzo, con la sua opera “U chianto ru muorto”, ci ha lasciato uno spaccato di vita intriso di intensa emotività, al punto che ancora oggi viene rappresentato. Esclamazioni di disappunto e anche di dolore come “Téntamé” (“Povero/a me”, “Misero/a me”) sono ancora in uso, specialmente a Sassano e Monte San Giacomo, sia pure con qualche piccola variante (Téntamé, o anche Tindamè, o ancora Téntaména o Tin-tamé) senza alterarne il significato.

Ancora oggi a Sassano, nel giorno dei defunti, è possibile vedere nel Camposanto qualche donna che piange ritualmente i propri morti, alternando alle frasi di lamento l’esclamazione “Ténda me! Ténda me!”.

A Monte San Giacomo, forse per esorcizzare l’antico significato dell’esclamazione, “Tindamè”, da sempre usata nei vicoli del piccolo centro per richiamare i valori della fatica, dell’identità e della forza della comunità, ma anche del lamento, ha dato il nome a una kermesse culturale e musicale, il “Tindamè Rigenerazioni Street Festival”, che da alcuni anni si svolge con successo nel mese di agosto. Del resto, sacro e profano sono costretti a convivere.

Pare inoltre che ad Atena Lucana esistesse nella toponomastica stradale un vicoletto denominato “Via delle Prefiche”, la cui tabella sarebbe stata poi rimossa. Le “Prefiche”, per intenderci, erano donne (nell’antica Roma e nella tradizione popolare del Sud Italia) che venivano pagate per piangere, urlare e decantare le virtù dei defunti durante i cortei funebri.

Sempre per quanto riguarda il pianto per i defunti, si narra di una giovane donna che, addolorata per l’improvviso decesso del genitore, durante la veglia funebre abbia pronunciato tra le lacrime queste parole: “Quanno mmai tata mio int’ ‘o tavuto!” (“Quando mai mio padre è stato nella bara!”). Piuttosto divertente è, invece, il lamento praticato nelle “cantine” di una volta (oggi pomposamente ribattezzate wine bar) durante interminabili partite a “briscola”, “tressette” o a “morra” (gara che consiste nell’indovinare la somma dei numeri mostrati con le dita dai due giocatori contrapposti): chi perdeva si lamentava sostenendo che il competitor aveva vinto non per bravura, ma solo perché più fortunato e a chi lo derideva invitandolo a non lamentarsi troppo rispondeva convinto: “U lamiento fa’ parte ru juoco”. È così radicato che non sarà facile farne a meno.

Giuseppe D’Amico

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