La Confederazione Italiani nel Mondo (CIM) ha definito una “ferita storica agli italiani nel mondo” la decisione con cui la Corte costituzionale, con la sentenza n. 63 depositata il 30 aprile 2026, ha respinto le questioni di legittimità relative al decreto-legge n. 36/2025, convertito nella legge n. 74/2025.
La nuova disciplina, che limita il riconoscimento della cittadinanza italiana per discendenza ai nati all’estero in possesso di altra cittadinanza, è stata giudicata dalla Corte in parte non fondata e in parte inammissibile. Per la CIM si tratta di un “grave arretramento culturale, giuridico e politico verso milioni di discendenti che per generazioni hanno custodito lingua, memoria e appartenenza nazionale, spesso più di quanto lo Stato italiano abbia saputo riconoscere“.
Secondo la Confederazione, la norma configurerebbe una cancellazione di aspettative identitarie e familiari costruite nel tempo, mascherata dalla formula tecnica di “preclusione originaria all’acquisto”. La Corte ha ritenuto che il legislatore abbia operato un bilanciamento non irragionevole tra effettività del legame con l’Italia e tutela dell’affidamento dei destinatari. La CIM contesta radicalmente questa impostazione, definendola una visione fredda e burocratica della cittadinanza, incapace di cogliere la continuità storica nata dall’emigrazione, dal sacrificio e dal radicamento associativo delle comunità italiane all’estero.
La nuova legge stabilisce che chi è nato all’estero, anche prima dell’entrata in vigore della norma, ed è titolare di un’altra cittadinanza, è considerato come se non avesse mai acquistato quella italiana, salvo alcune eccezioni: domanda già presentata entro le ore 23:59 del 27 marzo 2025, genitore o nonno esclusivamente cittadino italiano, oppure genitore residente in Italia per almeno due anni continuativi prima della nascita del figlio. Per la CIM, questo impianto rappresenta una frattura profonda con la storia dell’emigrazione, riducendo la cittadinanza a un mero criterio amministrativo.
La Confederazione prende atto della decisione della Consulta ma sottolinea che la responsabilità politica rimane interamente nelle mani del Parlamento e del Governo. Per questo chiede cinque misure prioritarie: l’apertura immediata di un tavolo nazionale permanente sulla cittadinanza con le rappresentanze degli italiani nel mondo; una revisione legislativa urgente che tuteli non solo chi ha già presentato domanda ma anche i discendenti che avevano maturato un legittimo affidamento sulla normativa precedente; l’introduzione di criteri equilibrati e non punitivi per distinguere gli abusi speculativi dai percorsi autentici di appartenenza; il rafforzamento degli strumenti di collegamento reale con l’Italia, come lingua, formazione, residenza e turismo delle radici; infine, una politica nazionale per il ritorno degli italiani nel mondo, che tratti i discendenti non come un problema amministrativo ma come una risorsa strategica per il futuro demografico, culturale ed economico del Paese.
La CIM ritiene inaccettabile che, mentre l’Italia affronta spopolamento, crisi demografica e desertificazione dei borghi, lo Stato scelga di chiudere la porta a milioni di persone che chiedono di riavvicinarsi alla Nazione in nome di una storia familiare e culturale reale. Non è una semplice questione di passaporti, ma di visione nazionale. L’Italia non può ricordarsi dei propri emigrati solo nelle celebrazioni ufficiali per poi voltare loro le spalle quando chiedono il riconoscimento concreto della propria appartenenza.
La Confederazione Italiani nel Mondo annuncia che continuerà a battersi, in Italia e all’estero, affinché venga ristabilito il principio che gli italiani nel mondo non sono cittadini di serie B né stranieri qualunque, ma parte viva della Nazione italiana. La Corte costituzionale ha deciso sul piano giuridico. Ora la politica, avverte la CIM, deve decidere se vuole difendere o recidere definitivamente il legame storico tra l’Italia e i suoi figli nel mondo.


