Di Giuseppe Geppino D’Amico – Con Angela Freda
Inizia oggi la settimana che si concluderà sabato con la tradizionale giornata dedicata alle donne che da sempre hanno dovuto lottare per il proprio riscatto. Più che dell’8 marzo, di come è nato e come viene celebrato, vogliamo parlare di alcune donne che si sono battute per la propria e per l’altrui emancipazione ancora prima che la giornata della donna venisse istituita. I primi cambiamenti arrivano a fine ‘700 con l’Illuminismo. Considerato il poco tempo a disposizione ricorderemo la francese Olympe de Gouges, Eleonora Pimentel de Fonseca, ed Enrichetta Di Lorenzo.
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Scrittrice di opere teatrali, giornalista e femminista, Olympe de Gouges si appassiona al tema dei diritti umani. Alla morte del marito si trasferisce a Parigi con il figlio. Nel 1790, in un periodo in cui le donne avvertono l’esigenza di migliorare il loro status Olympe scrive la”Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”. Consta di 17 articoli e ricalca quella al maschile del 1789. Questo l’incipit dell’articolo 1: “La donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell’uomo”. I nuovi responsabili del potere in Francia non tollerano le critiche che la donna rivolge alla rivoluzione per cui Olympe de Gouges viene ghigliottinata nel 1793. Da allora, però, la battaglia delle donne non si è fermata.
Pochi anni dopo,a Napoli, tocca ad Eleonora Pimentel de Fonseca pagare con la vita per le idee professate. Protagonista di primo piano della breve e sfortunata esperienza della Repubblica Napoletana del 1799, Eleonora fonda e dirige un giornale, il Monitore Napoletano, organo ufficiale della neonata repubblica. Dopo la cacciata dei Francesi e il ritorno a Napoli di Ferdinando IV di Borbone, i repubblicani arrestati vengono impiccati in Piazza Mercato. Il 20 agosto 1799 prima di salire il patibolo Eleonora pronuncia la storica frase tratta dall’Eneide di Virgilio: “Forsan et haec olim meminisse juvabit” (“Forse un giorno farà piacere ricordare anche queste cose”). Parole profetiche perché Eleonora assurge a simbolo di martirio e di libertà.
Nella lunga marcia per l’emancipazione delle donne un posto di rilievo spetta ad Enrichetta Di Lorenzo, la compagna di Carlo Pisacane, colpevole di avere abbandonato dopo nove anni di matrimonio i tre figli e il marito, il ricco possidente Dionisio Lazzaro, che Enrichetta aveva sposato perché la madre la voleva sistemata dopo la morte del padre. Dopo la fuga con Carlo inizia un fitto scambio epistolare tra Enrichetta e la madre che la invita a partorire la bimba che ha in grembo, lasciarla in un brefotrofio e rientrare a Napoli per salvare l’onore della famiglia. La risposta di Enrichetta, datata Marsiglia 2 ottobre 1847, è durissima. La ascoltiamo (nel nostro video) dalla voce di Angela Freda: “Cara Madre, sono rimasta meravigliata ed inorridita di ciò che si pretende da me; mi condannate per avere io lasciato i miei figli che hanno un nome, una fortuna, delle persone che possono prenderne cura come la loro madre istessa, e poi mi si propone, anzi si esige, che io abbandoni il caro figlio dell’amore a cui sono per dare la luce, e che non avrà è nome, né fortuna, per cui ha più diritto all’amore mio ed alle mie cure!”…Non lo farò giammai…Inoltre, fin quando sarà vivo Ferdinando II io a Napoli non potrò tornare! Se tornassi farei la fine di Enrichetta Caracciolo che, rientrata a Napoli, è stata rinchiusa in un monastero!”.
I due giovani fuggiaschi avevano frequentato un ambiente aristocratico dove anche le donne andavano a teatro e leggevano letteratura romantica (Ugo Foscolo, Goethe e, di nascosto, George Sand). Opere vietate dalla censura borbonica perché parlavano del bisogno di libertà delle donne che utilizzavano il francese per non farsi comprendere dalla servitù. In questo contesto si forma il pensiero di Enrichetta che appare evidente dalla lettura di un’altra lettera indirizzata alla madre:
“Signora Madre, affinché io non abbia mai nulla da rimproverarmi, Vi scrivo la presente che Vi prego leggere con molta attenzione e fare un savio uso della ragione, il più bel dono che ci avesse dato l’Onnipotente e al quale rinunziando è un disprezzo alla dignità. Dopo avere invocato la Vostra ragioneio invoco la Vostra coscienza. È certo che Voi conoscevate non essere io nello stato di comprendere il sacrificio che facevo maritandomi con quel povero uomo. E benché non mi avete certo forzato a sposarlo, mi avete però detto essere un buonissimo partito. Il fatto ha dimostrato il contrario ed è certo che se prima di questo male delle nozze un Angelo Vi avesse predetto quello che è di poi successo, Voi avreste impedito questo matrimonio. Perché avete commesso un tanto errore? Per avere voluto seguire l’esempio di molte altre madri le quali giudicano loro della bontà del partito, mentre è la figlia che deve vivere col marito e non già la madre; è la figlia che deve legarsi per sempre; la figlia che deve spogliarsi del diritto di disporre dei suoi beni. Ed è perciò che la ragionesuggerisce che deve essere la figlia e non la madre che deve solo giudicare e decidere. E non bisogna domandarle un tale giudizio allorché si conosce la sua grande inesperienza che non le permette di darlo con conoscenza di causa. In questo punto la Vostra coscienza doveva rimproverarvi. Voi direte che io sono stata felice per nove anni ed invece io Vi dirò che sono stata una insulsa ragazza inesperta per nove anni. Le mie facoltà intellettuali non erano sviluppate allorché mi sposai, né potettero svilupparsi con la vicinanza di un tal uomo. In materia fisica poi io posso giurare davanti a Iddio che ho creduto per lo spazio di nove anni che la donna era nata per il piacere dell’uomo e che essa non dovesse sentire che indifferenza o disgusto. Ciò appare incredibile ma è purtroppo un fatto. Dionisio non ha niente di bello nel suo fisico, nessuna cultura. La sua compiacenza da tutti lodata potrà piacere a una donna che è persuasa di dover essere la schiava di un uomo. Ma appena una donna conosce che ha diritti al pari di un uomo si eleva la sua posizione, sviluppa le facoltà morali, la compiacenza di Dionisio si trasforma in imbecillità… Non esiste donna al mondo la quale non abbia amato in sua vita; quindi, colei che non ama il marito deve presto o tardi amarne un altro. Nel Vostro cuore avete mai supposto che io potevo amare Dionisio? No, certo. Dunque ciò che è avvenuto era naturalissimo”.
Dalla lettura della epistola emergono alcuni aspetti: l’aspetto politico (Enrichetta usa più volte la parola ragione che era il cardine del pensiero illuministico per cui “una donna ha diritti al pari di un uomo”; l’aspetto patrimoniale: i beni che la donna portava in dote con il matrimonio uscivano dal suo controllo perché, di fatto, venivano amministrati dal marito; l’aspetto familiare: il matrimonio era indissolubile e senza possibilità alcuna di scioglierlo e non manca il tema della sessualità. Infine, considerati i tempi era impensabile parlare in questi termini alla propria madre di argomenti di cui si poteva parlare con un’amica fidata o con una sorella. Comunque col tempo la situazione è cambiata: nel 1946 le donne hanno ottenuto il diritto all’elettorato attivo e passivo; nel 1956 è stato abolito lo “ius corrigendi” che attribuiva all’uomo il diritto di educare e correggere anche con l’uso della forza la moglie e i figli. Nel 1969 è stato dichiarato incostituzionale l’articolo 559 del codice penale che puniva unicamente l’adulterio della moglie. Bisogna aspettare il 1975 per avere un modello di famiglia paritaria: scompare la figura del capofamiglia e la potestà genitoriale diventa condivisa. Altre conquiste importanti la legge sul divorzio nel 1970 e nel 1978 la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. Nel 1981 viene cancellato il cosiddetto delitto d’onore, quell’attenuante che prevedeva una pena ridotta per chi uccideva il coniuge, la figlia o la sorella (e l’amante loro), nel momento in cui, “nello stato d’ira determinato dall’offesa all’onore”, ne scopriva la “illegittima relazione carnale”. Inoltre, viene abolito il matrimonio riparatore che prevedeva la cancellazione del reato di violenza carnale nel caso in cui lo stupratore di una minorenne l’avesse sposata. Nel 1996 viene approvata la legge che stabilisce nuove norme sulla violenza sessuale e, finalmente, lo stupro cessa di essere un reato contro la moralità pubblica e diventa reato contro la persona.
C’è voluto più di un secolo ma le idee di Olympe de Gouges, Eleonora Fonseca Pimentel ed Enrichetta Di Lorenzo hanno percorso tanta strada. Oggi l’impegno delle donne non si ferma ma continua per combattere la violenza di genere e per ottenere una parità totale anche nel campo lavorativo.


