Di Giuseppe Geppino D’Amico
Una rimpatriata tra nostalgia, qualche rimpianto ma, visto quello che è successo e sta succedendo nel Parlamento italiano, anche tanto orgoglio. Si può sintetizzare così l’amarcord che i Dc della provincia di Salerno hanno organizzato nella città capoluogo venerdì scorso per iniziativa del sen. Enrico Indelli, con la “benedizione” di Ortensio Zecchino, senatore di lungo corso e tre volte ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica. L’occasione l’ha offerta la mostra fotografica allestita presso l’Archivio di Stato di Salerno sul tema “Storia di un Paese: cinquant’anni di vita della DC”, visitabile fino al 17 luglio.
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Da Salerno un dato è emerso con chiarezza: “Non si resuscitano i morti, la Dc è finita”, ha dichiarato Ortensio Zecchino, concludendo i lavori del convegno. Analizzando in maniera critica la storia della Dc nell’ambito dello scenario nazionale e internazionale, Zecchino ci ha tenuto, però, a precisare che “come Democristiani abbiamo il dovere che non passino delle distorsioni storiche”. Quindi ha elencato i meriti della Dc per poi analizzare anche i motivi della fine: “Se il comunismo è crollato per una sorta di esaurimento della sua stessa ragione storica e culturale, anche dopo Tangentopoli la Dc avrebbe potuto continuare perché non c’era l’esaurimento della sua ragione sociale. Ci sono stati degli errori. La Dc è finita perché, caricata di grandi difficoltà, ha avuto l’insipienza, nel 1994, quando è cambiato il sistema elettorale, di rinunciare alla battaglia”.
A ripercorrere la vita del partito del Biancofiore è stato Vittorio Salemme: “La Democrazia Cristiana è vissuta esattamente mezzo secolo. Non ha mai conosciuto l’opposizione e ha sempre governato l’Italia. La tragedia della seconda guerra mondiale indusse il Pontefice Pio XII a dare il via libera all’impegno in politica dei cattolici uniti in un unico partito che, alle prime elezioni decisive, quelle del 1948, convinse quasi la metà degli elettori a votarlo”. Altre testimonianze di rilievo, non prive di ricordi personali, sono state quelle di Aniello Salzano, Alfonso Andria, Paolo Del Mese, Tino Iannuzzi, Leo Borea e Pasquale Cuofano.
Ad illustrare e analizzare i contenuti della mostra è stato il prof. Giuseppe Acocella, del Comitato DC 80, che ha proposto un’ampia riflessione sul presente della democrazia italiana: “Il vero significato della mostra non è soltanto raccontare la storia di un Paese, ma rappresentare la transizione alla democrazia, cioè il passaggio storico che consentì all’Italia di uscire dalla dittatura e di costruire una società fondata sulla partecipazione popolare. La Dc raccolse una sfida straordinaria: accompagnare milioni di cittadini, reduci dall’esperienza del fascismo, verso una nuova cultura democratica, fondata sulla rappresentanza e sulla partecipazione”. Rivolgendo lo sguardo all’attualità, Acocella ha denunciato la progressiva crisi della partecipazione politica e sociale. A suo giudizio “il calo dell’affluenza elettorale e l’indebolimento dei corpi intermedi sono il sintomo della perdita di quella rappresentanza collettiva che aveva caratterizzato i grandi partiti del Novecento. La rappresentanza politica non può esistere senza una rappresentanza sociale. Quando vengono meno le comunità organizzate si svuota inevitabilmente anche la politica”. Ampio spazio Acocella ha poi dedicato al ruolo della Dc nel Mezzogiorno: “Proprio nel Sud il partito riuscì a trasformare masse popolari, fino ad allora escluse dalla partecipazione politica, in protagoniste della vita democratica, contribuendo alla crescita civile e istituzionale dell’intero Paese”. In chiusura Acocella ha lanciato un messaggio rivolto soprattutto alle nuove generazioni: la storia non deve essere considerata un esercizio nostalgico, ma uno strumento per comprendere il presente e costruire il futuro. “La storia”, ha concluso Giuseppe Acocella, “citando lo storico Pietro Scoppola e gli insegnamenti della grande tradizione degli studi sul cattolicesimo democratico, non serve per guardare indietro ma per capire come andare avanti”.
Ma se non si vuol rifare la Dc, qual è lo scopo del convegno? Lo ha spiegato il moderatore, il giornalista Antonio Manzo, inviato speciale de Il Mattino nei sette anni della presidenza della Repubblica di Oscar Luigi Scalfaro: “Rifare la Dc? Proprio no. Ma può esser compiuta una introspezione sulla capacità di un partito sorto nelle difficoltà post belliche e balzato al vertice del Paese. Capire il miracolo di questo trionfo politico e sociale è tuttora impresa aperta. C’è in giro molta nostalgia. La velocità ingoia il nuovismo mentre si parano innanzi le imitazioni, spesso penose, talvolta sfrontatamente ambiziose, per far finire in un terreno scivoloso, facendo sembrare la bella politica più quella di ieri che quella che si prepara per il domani. La Dc fu il governo. Fu il pluralismo. Fu la mediazione. Fu l’interclassismo. Fu la complicata convivenza di ben cinque generazioni di gruppi dirigenti (De Gasperi, Fanfani, Moro, Andreotti, De Mita). I pallidi tentativi di imitazione presto sono evaporati nel tormento dei fatti politici. Nell’Italia nevrastenica di oggi manca quell’equilibrio sociale che la Dc, alla sua maniera, assicurava e di cui i partiti attuali, per un verso o per un altro, difettano, e non poco”.
Fin qui Antonio Manzo. Ma qual è la situazione oggi? A giudizio di molti, il dopo Dc e degli altri partiti della Prima Repubblica è stato e continua ad essere alquanto incerto. Le liti all’interno dei partiti e tra i partiti sono sempre più frequenti, così come è assente il giusto contegno istituzionale, senza dimenticare inciampi, gaffe e svarioni dialettici che denotano una carenza culturale prima ancora che politica. Scarseggia pure la sobrietà e ci si dimentica del ruolo ricoperto. Se è impensabile vedere un ministro o un parlamentare accompagnare in giacca e cravatta i figli al mare come faceva Aldo Moro perché, spiegava, “Anche quando vado a mare io rappresento lo Stato”, oggi non è più una novità vedere ministri che partecipano alle riunioni politiche in bermuda, come nel caso del ministro leghista Roberto Calderoli. Capita pure di ascoltare politici che soffrono di “congiuntivite”, che non è la malattia degli occhi ma un problema con i congiuntivi. O ancora parlamentari che, prendendo la parola in Aula, promettono di essere “brevi e circoncisi”. Che dire? Speriamo bene!
Con il commento di oggi il nostro “Con tatto” si concede alcune settimane di pausa. Ci ritroveremo dopo le vacanze.


