di Andrea Spiri
docente in Storia Contemporanea
Università Luiss
Esattamente quarant’anni fa, nella notte dell’11 ottobre 1985, il dirottamento della nave da crociera Achille Lauro, presa d’assalto alcuni giorni prima da un gruppo di terroristi palestinesi al largo delle coste egiziane, segnò l’innesco di una crisi tra Roma e Washington che il governo guidato da Bettino Craxi gestì rivendicando il pieno rispetto della sovranità nazionale.
Il contesto cha fa da sfondo alla vicenda vede il riacutizzarsi delle tensioni nell’area mediterranea: il primo ottobre, le forze aeree di Tel Aviv avevano bombardato a Tunisi il quartier generale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), in risposta all’uccisione di tre civili israeliani nel porto di Larnaca, a Cipro. Eppure, si coltivavano ancora germogli di speranza, l’impulso esercitato in particolare dal presidente del Consiglio italiano e dal suo ministro degli Esteri Andreotti aveva convinto il capo dell’Olp, Yasser Arafat, della necessità di abbandonare la lotta armata per sostenere con il dialogo le legittime aspirazioni del popolo palestinese. Era quello un primo passo anche verso il riconoscimento dell’esistenza dello Stato di Israele, l’avvio di un percorso di legittimazione – drammaticamente interrottosi in seguito – che avrebbe condotto agli Accordi di Oslo e alla storica stretta di mano tra Arafat e Yitzhak Rabin. Un mosaico diplomatico che in quel torno di tempo si componeva col sostegno di alcuni Paesi arabi, in primis l’Egitto di Mubarak e la Giordania di re Hussein.
Il sequestro dell’Achille Lauro nasce in risposta ai progressi che si stavano compiendo sul terreno negoziale, e si nutre del convincimento che occorresse invece difendere le istanze palestinesi con gli strumenti della violenza. Gli uomini che tennero in ostaggio per alcuni giorni oltre 400 persone fra passeggeri e membri dell’equipaggio, appartenevano infatti al Fronte per la liberazione della Palestina, una frangia radicale dell’Olp, e non era estraneo ai loro intendimenti il proposito di screditare Arafat. Al quale Craxi si rivolse per risolvere la questione, che sembrava conclusa con l’abbandono della nave da parte dei terroristi in cambio dell’immunità. Tutto precipitò nell’istante in cui si diffuse la notizia che un cittadino statunitense di origine ebraica, Leon Klinghoffer, era stato ucciso e gettato in mare: questo scatenò la dura reazione del presidente Reagan, intenzionato a farsi consegnare i sequestratori per sottoporli alla giurisdizione di Washington. Le carte desecretate dal Dipartimento di Stato testimoniano la scarsa fiducia dell’amministrazione d’oltreoceano nei confronti del sistema politico e giudiziario italiano, una diffidenza certo figlia di quell’approccio che in passato era maturato nel perimetro del “lodo Moro”.
Gli americani decisero di imporre la propria volontà con la forza: l’areo egiziano che Mubarak aveva messo a disposizione del gruppo palestinese per consentirne il ritorno a Tunisi fu intercettato e costretto ad atterrare nella base Nato di Sigonella, dove le forze speciali Usa tentarono di tradurre in pratica i desiderata del loro presidente, contrastate dai militari italiani che vennero schierati a difesa del velivolo.
Il confronto fra Reagan e Craxi si alimentò di incomprensioni e interferenze esterne. Il Presidente del Consiglio socialista rispose con fermezza all’alleato, salvaguardando la dignità nazionale: i reati erano stati commessi su una nave italiana e spettava alla giustizia del suo Paese assumerne il carico. Lo fece non soltanto in nome del diritto internazionale che si pretendeva di violare, ma in funzione di un protagonismo e di una credibilità diplomatica dell’Italia nel contesto mediterraneo che andavano preservati. Lo comprese da ultimo anche Reagan, che lavorò alla ricucitura dei rapporti fra le due sponde dell’Atlantico. Quanto poi di quelle incrostazioni sopravvisse negli anni successivi, fino a intrecciarsi con la fine stessa della prima Repubblica, è materia di dibattito – e divisione – fra gli storici.


