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Fine vita, un convegno su eutanasia, cure palliative e una legge nazionale

di GIUSEPPE D’AMICO

“La legge sul fine vita non può essere affidata alle Regioni. Siamo per una legge nazionale che tenga conto del profondo dibattito in atto. Non si può fate una legge che dica “Si” o “No”. Queste le parole pronunciate con tono fermo e deciso dal Vescovo della Diocesi di Teggiano-Policastro, Padre Antonio De Luca, che questa mattina nell’aula magna del Presidio Ospedaliero “luigi Curto” di Polla, ha chiuso il l’incontro-dibattito sul tema “L’Estetica del dolore e l’Etica del fine vita” voluto dalla Diocesi e organizzato dal cappellano don Tony Palma che ha dato il saluto ai presenti unitamente al Direttore Sanitario Luigi Mandia.

Nel corso del suo articolato intervento il Vescovo ha affrontato anche le problematiche afferenti al tema: Lottiamo per la dignità del dolore perché una persona non può morire tra sofferenze atroci: c’è la terapia del dolore e non bisogna evitare il ricovero in un Hospice che non è l’anticamera della morte”. Altro argomento affrontato la legge che offre protezione alle persone senza fissa dimora che, se curate, salvaguardano anche noi. Viviamo un periodo particolarmente difficile e complicato: alla Caritas arrivano in primis quelli che non possono pagare le bollette; al secondo posto quelli che non possono pagarsi le cure mediche…La vita non è un valore assoluto ma un problema primario. E’ scandaloso quello che sta avvenendo negli Stati Uniti dove la pena di morte di un condannato vogliono trasmetterla in streaming: è un’offesa alla dignità umana”.

In apertura del suo intervento il prelato ha illustrato la Nota Pastorale dei Vescovi della Campania sul “fine vita”. Per i Vescovi “La Dignitas infinita afferma con chiarezza che ogni essere umano possiede una dignità intrinseca, inalienabile, incommensurabile, che non dipende da qualità accidentali o da capacità funzionali, ma dalla sua natura di creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26). Questa dignità, radicata nella creazione e redenta in Cristo, non viene mai meno, nemmeno nella malattia, nella sofferenza, nella disabilità o nella fase terminale della vita. L’antropologia cristiana afferma una visione integrale della persona, che unisce corpo, psiche e spirito, e la riconosce come essere relazionale, chiamata alla comunione con Dio e con gli altri. Ogni tentativo di ridurre l’uomo a semplice individuo, misurabile secondo criteri di efficienza o autonomia assoluta, è contrario al Vangelo”.

Non poteva mancare un riferimento alla Evangelium vitae: “La vita non è un diritto assoluto e soggettivo, ma un dono ricevuto, da accogliere con gratitudine e custodire con responsabilità. Essa è un bene primario, fondamento di ogni altro diritto, e pertanto non può essere soppressa, nemmeno per ragioni di compassione. Nel contesto culturale odierno, dominato da un paradigma tecnocratico e individualista, è urgente riscoprire la dimensione sacrale della vita, che interpella la coscienza personale e collettiva. Il dono della vita implica anche il dovere di promuoverla, sostenerla e difenderla, specialmente là dove essa è più minacciata”.

In tema di esperienza del dolore e della morte la Nota dei Vescovi “interroga profondamente l’uomo e la sua fede. La risposta cristiana non si esprime in una fuga dalla realtà, ma nella condivisione e nella speranza…..La sofferenza non è mai inutile: vissuta nella fede, può diventare luogo di purificazione, di comunione con il Crocifisso Risorto e di testimonianza”.

Mons. De Luca ha poi confermato “il fermo “No” all’eutanasia e il convinto “Si” alle cure palliative che sono da considerarsi atto di giustizia e di carità e non rappresentano semplicemente un’opzione clinica, ma un dovere umano e sociale. Affermare il valore della vita significa dire un “Si” pieno e convinto alla cura, evitando ogni accanimento terapeutico o intervento sproporzionato. Curare significa prima di tutto “prendersi cura” della persona, non solo della malattia.: “Vogliamo farci eco della parola chiara del Magistero: nessuna legge può legittimare atti che sopprimono intenzionalmente una vita umana innocente. Tali pratiche, anche quando motivate da pietà o dal desiderio di evitare il dolore, rappresentano una grave violazione della dignità umana e un fallimento della società nel suo compito di accompagnare, sostenere, amare. Esse minano il fondamento della convivenza civile e rischiano di alimentare quella “cultura dello scarto” da cui tante volte ci ha messo in guardia Papa Francesco. Le cure palliative rappresentano oggi una risposta etica e scientifica adeguata alla sofferenza, capace di lenire il dolore, accompagnare con dignità e offrire sostegno umano e spirituale. Purtroppo, anche nella nostra Regione, però, esse sono adottate solo in minima parte: di fatto la legge sulle cure palliative non ha visto ancora una piena attuazione. Con la Presidenza della CEI, mentre auspichiamo che al più presto “si giunga, a livello nazionale, a interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita, favoriscano l’accompagnamento e la cura nella malattia, sostengano le famiglie nelle situazioni di sofferenza”, ribadiamo la necessità che le cure palliative siano “garantite a tutti, in modo efficace e uniforme in ogni Regione, perché rappresentano un modo concreto per alleviare la sofferenza e per assicurare dignità fino alla fine, oltre che un’espressione alta di amore per il prossimo”.

Prima dell’intervento di Mons. Antonio De Luca l’argomento del convegno è stato affrontato sotto vari aspetti da professionisti del settore. Da segnalare, in proposito gli interventi, coordinati dalla Fisiatra Antonella Vertuccio, delle logopediste Maria Lyisa Landolfi e Emilia Stabile (“Il linguaggio del dolore”); dell’avvocato Paolo Carrano (“Alcuni aspetti legali sul fine vita”); dei dottori Serafino Nicolella Budetta (“Estetica del dolore”), Maurizio tenuta (“Le vie del Dolore”), Angelo Gallo (“L’Etica del fine vita”) e Clemente Brigante (“Le cure palliative e la terapia del dolore presso l’Hospice di Sant’Arsenio”). Coordinamento giornalistico: Rocco Colombo.

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