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Sant’Arsenio, Il ritorno del bandito Tittariello…..in …Libreria

A distanza di anni dalla prima edizione “Il bandito Tittariello” torna in libreria con una seconda edizione riveduta ed ampliata curata da Antonio Capano, Mario Greco e Giuseppe Aromando. Un lavoro importante, una di quelle occasioni culturali che non si limitano a chiudere un percorso, ma ne aprono molti altri …” voluto fortemente dalla locale Pro Loco di Sant’Arsenio e presentato nella Sala del Consiglio comunale della Casa Municipale cittadina.

A moderare la serata la giornalista Federica Pistone. Dopo i saluti di Donato Pica (sindaco di Sant’Arsenio), Mario Marmo (presidente della locale Pro Loco organizzatrice dell’evento) e Nicola Piccolo, direttore artistico della rievocazione storica di Tittariello, sono intervenuti i tre autori e l’architetto Enrico Coiro, profondo conoscitore delle vicende cittadine e appassionato ricercatore e animatore culturale.

SANT’ARSENIO
presentazione seconda edizione de “Il bandito Tittariello

Coiro ha condotto un’attenta disamina del lavoro editoriale presentando al numeroso pubblico presente i fatti, i documenti e le situazioni da cui prende origine la “Rievocazione storica seicentesca de”Il Bannita Tittariello” ed ha presentato le malefatte di un santarsenese, che “se ha saputo tenere testa al Duca De Martina, al Viceré e ai potentati locali è comunque da annoverare tra gli spregiudicati. Un uomo che se pur di famiglia agiata, forse anche devoto e colto, vista l’origine familiare, non ha avuto pietà alcuna come dimostrano le sue azioni spietate contro le classi più agiate, il clero, i mercanti ecc.”. Per Coiro il bannita Tittariello “è un coinquilino scomodo, di quelli di cui faremmo volentieri a meno e la presenza di questo feroce bandito, che noi ci apprestiamo a ricordare finanche con una rievocazione storica in costume, nella storia del nostro paese costituisce una macchia indelebile, della quale bisogna parlare in maniera serena ma con cui bisogna fare i conti: non si cancellano le sue malefatte, né si nasconde la sua crudeltà, anche se si analizzano le ragioni (forse giustificate, forse no) di una reazione così feroce e protratta nel tempo”.

Il volume, che ha per sottotitolo “Vicende e storia del Viceregno di Napoli: Salerno, il Vallo di Diano, il Cilento e la Basilicata”si propone come “un’indagine coraggiosa e capillare sul cruciale segmento temporale che fu caratterizzato dal Viceregno di Spagna, offrendo al lettore una preziosa lente d’ingrandimento su territori cerniera — sospesi tra la maestosità della capitale vicereale Napoli e l’aspra periferia appenninica” come scrive la prof.ssa Aufiero Alessandra nella Presentazione al libro: “La microstoria e l’indagine territoriale non è un’appendice aneddotica della grande Storia, ma essa è una chiave di lettura storiografica fondamentale grazie alla quale si penetra nella capillarità di aree “periferiche”, come le aree presenti nel libro poste tra la costa salernitana, l’entroterra lucano appenninico dove è possibile decifrare la reale tenuta delle istituzioni statali, il funzionamento concreto del sistema feudale e l’impatto profondo delle reti economiche e religiose. I fili tesi da ciascun autore si intrecciano quasi spontaneamente, dando vita a un dialogo serrato in cui le dinamiche macro-economiche e le tensioni sociali analizzate da Capano trovano una declinazione quasi plastica e biografica nell’indagine sul banditismo che nella genealogia e nel recupero dei ceppi familiari ha affrontato Greco, fino, poi, a tradursi e sublimarsi in quel riscatto estetico, devozionale e spirituale che Aromando rintraccia nei capolavori del Barocco locale. Ne emerge una sintesi organica, una visione coerente e sfaccettata che dimostra come la pluralità degli sguardi sia lo strumento più efficace per restituire, in tutta la sua ricchezza, la complessità di un intero territorio”.

da six: GIUSEPPE AROMANDO, ENRICO COICO

Nel volume, edito da “Il Saggio”, Antonio Capano introduce i lettori alla dura realtà socio-economica del Principato Citra ricostruendo con acume scientifico la rete di tensioni che collegava le campagne salernitane e il Vallo di Diano ai grandi sommovimenti della capitale. Dall’epopea dei moti antifeudali del 1647-1648 guidati da figure carismatiche come Ippolito da Pastina e Matteo Cristiano, alla morsa della crisi agraria e della peste del 1656, emerge il ritratto di una società in profonda transizione. Capano analizza lucidamente la oligarchia dei Seggi nobili di Salerno e la militarizzazione del territorio, mostrando come il potere baronale abbia tentato di arginare il dissenso anche attraverso una progressiva monumentalizzazione del paesaggio urbano e rurale.

Su questo sfondo di rivolta e di ridefinizione sociale si innesta il prezioso contributo di Mario Greco, che restringe il fulcro dell’indagine sulla vicenda umana, genealogica e politica della famiglia Verricella di Sant’Arsenio e, in particolare, sul suo esponente più “celebre” ma anche più spregiudicato e controverso: Giovan Battista Verricella, passato alla storia come il “bandito Tittariello”. Attraverso un’attenta ricerca archivistica, Greco compie un’operazione di straordinario valore storico: spoglia il banditismo seicentesco della sua aura puramente leggendaria per restituirgli una dimensione antropologica ben precisa, legata alle dinamiche della piccola nobiltà agraria e alle strategie di sopravvivenza e affermazione familiare in un’epoca di transizione violenta.

Se la ricostruzione socio-economica e la microstoria locale costituiscono l’intelaiatura di questo volume, il saggio di Giuseppe Aromando n’è l’opera con una terza parte una spettacolare e luminosa declinazione visiva. Aromando compie un viaggio analitico all’interno del linguaggio artistico del Sei e del Settecento nel Vallo di Diano e nelle aree contigue, mostrando come la Controriforma cattolica non sia stata solo un freddo corpus di dogmi e di decreti quanto, invece, un potentissimo motore di rigenerazione estetica e devozionale. In questo scenario, l’arte barocca smette di essere un semplice orpello per divenire strumento di catechesi visiva e di affermazione di prestigio per le istituzioni ecclesiastiche e le ricche confraternite laicali. Aromando mappa con precisione questo straordinario fervore, concentrandosi in particolare su tre filoni: la pittura come spazio teologico e teatrale; la scultura lignea e la plastica devozionale. Infine, l’architettura, il cui emblema è rintracciabile nella Certosa di Padula e nei grandi poli monastici che punteggiano il Vallo di Diano unitamente alle chiese Ricettizie.

Ciò che rende quest’opera indispensabile è la sua capacità di far dialogare la grande storia delle Corti vicereali, dei grandi trattati e delle epidemie globali, con la microstoria dei singoli Casali, delle Pie Confraternite laicali, dei banditi e dei maestri intagliatori. Salerno, il Cilento, il Vallo di Diano e la Basilicata non appaiono qui come semplici spettatori passivi dei destini decisi a Napoli o a Madrid, ma come laboratori attivi di sperimentazione sociale, artistica e politica.

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