Search

Petina, Una “serata antica” dove il mondo ha imparato a danzare

di MAURIZIO VARRIANO

Ci sono sere in cui il tempo smette di essere tempo. Le lancette si arrendono, il passato non è più passato e il futuro, per una notte almeno, smette di fare paura. È accaduto a Petina, il 14 agosto, quando il cielo si è acceso di fuochi e la terra ha cominciato a raccontare. Non una semplice festa.

Non una semplice rassegna. Non soltanto la cinquantaquattresima edizione di una manifestazione che porta il nome antico e bellissimo di Serata Antica. È stato qualcosa di più. È stato il mondo che, per qualche ora, ha deciso di non avere confini. Sei popoli sono arrivati fin qui: Stati Uniti, Georgia, Perù, Ecuador, Brasile e Italia. Sei storie, sei memorie, sei modi diversi di abitare la terra.

PETINA
Serata Antica 2026

Eppure, quando la musica ha cominciato a salire e i corpi hanno iniziato a danzare, quelle differenze non sono sembrate più muri. Sono diventate ponti perché il folklore, quando è autentico, non divide ma riconcilia. Non pretende che gli uomini siano uguali. Fa qualcosa di molto più grande: insegna loro che possono essere diversi e, proprio per questo, stare insieme. È questa la magia delle tradizioni. Una fisarmonica, un tamburo, una gonna che gira, un canto tramandato da una nonna, un passo imparato da bambino possono fare ciò che spesso la politica non riesce più a fare: mettere gli uomini uno accanto all’altro senza chiedere loro da quale parte del mondo provengano.

A Petina, quella notte, la geopolitica è rimasta fuori dalla piazza.Sono entrati i popoli. E i popoli hanno ballato.Lo ha detto, con parole che sembrano nate proprio dentro quella notte, l’assessore regionale al Turismo Enzo Maraio, confessando di non essersi aspettato tanta bellezza e, soprattutto, tanta voglia di aggregazione, quella passione che trasuda cultura, vicinanza e appartenenza.E forse proprio da qui bisogna ripartire.Dal coraggio di considerare il folklore non come una fotografia ingiallita del passato, ma come una delle forme più moderne che abbiamo per immaginare il futuro.Perché una tradizione non è qualcosa che rimane immobile. È una radice. E una radice non serve a trattenere un albero nel passato. Serve a permettergli di crescere. È questa la lezione silenziosa di Petina. La stessa che si legge nelle grandi esperienze internazionali del folklore, dove musiche, danze e costumi provenienti da continenti lontanissimi diventano strumenti di conoscenza reciproca e di pace. A Castrovillari, ad esempio, il festival internazionale ha fatto di questo incontro tra culture una vera vocazione, trasformando per decenni la città in una finestra aperta sul mondo.

PETINA
Serata Antica 2026

Petina ha fatto la stessa cosa. Ha aperto una finestra. E da quella finestra, nella notte di Ferragosto, sono entrati sei venti diversi. Ma il vento non chiede il passaporto alle foglie. Le attraversa. Le muove. Le fa danzare. E così è stato bello vedere il gruppo locale La Spiga Rossa, co-organizzatore insieme all’Amministrazione comunale, diventare custode e contemporaneamente ambasciatore di una storia che non vuole chiudersi dentro i propri confini perché custodire non significa conservare sotto vetro. Custodire significa consegnare ciò che abbiamo ricevuto a chi verrà dopo di noi.

Ed è forse per questo che quella notte, tra migliaia di persone, il momento più tenero e più potente non aveva bisogno di un grande palcoscenico. Aveva cinque mesi. Si chiamava Vincenzo. Tra le braccia della mamma Gerardina, vestito con il costume tradizionale degli Alburni, era piccolo come il futuro e antico come la memoria. Un bambino. Una madre. Un costume. E dentro quella scena c’era tutto. C’era la possibilità che una tradizione sopravviva non perché qualcuno la impone, ma perché qualcuno, semplicemente, decide di amarla abbastanza da indossarla ancora.

PETINA
Serata Antica 2026

Poi è arrivato il momento della memoria. Quello dedicato ad Antonio Notaro. Un uomo che ha trasformato il folklore in un viaggio, portandolo ben oltre i confini della propria comunità e contribuendo a fare della cultura popolare uno strumento di incontro tra persone e territori. La sua storia nel mondo del folklore internazionale è profondamente legata all’esperienza di Castrovillari, nata negli anni Ottanta e cresciuta fino a diventare un appuntamento internazionale. La pergamena e la targa consegnate dal sindaco Domenico D’Amato hanno avuto, quella sera, il peso delle cose che arrivano dopo una vita di lavoro. Ciro Marino, Marcello Perrone e Giuliano Ierardi, nel nome della Federazione Italiana Tradizioni Popolari, hanno accompagnato quel riconoscimento.

Ma la vera consegna è stata quella della piazza. Un applauso lungo. Fragoroso. Spontaneo. Di quelli che non si comandano. Gli applausi veri hanno una caratteristica: arrivano prima delle parole.

E quando Antonio Notaro ha parlato con gli occhi lucidi e la voce tremante, Petina ha risposto come sanno rispondere le comunità quando riconoscono uno dei propri figli adottivi. Con il cuore.

Anche i saluti di Enzo Maraio, di Michele Cammarano e di don Pasquale Lisa sono diventati parte di quel grande racconto collettivo. Ma forse, alla fine, non servivano molte parole. Bastava guardare la piazza. Bastava guardare quelle bandiere. Bastava ascoltare quei ritmi per capire che, mentre altrove il mondo costruisce muri, qui qualcuno stava costruendo un ponte. E allora forse il folklore è davvero un’altra cosa. Forse è una forma di diplomazia che non conosce ambasciate. È la diplomazia delle mani. Delle voci. Dei piedi che battono sulla terra. È la diplomazia delle nonne che insegnano un canto e dei bambini che imparano un passo. È una diplomazia senza eserciti. Senza minacce. Senza vincitori e vinti. Perché quando due popoli ballano insieme, per qualche minuto, nessuno perde. Vincono entrambi e questa è una cosa di cui il mondo avrebbe disperatamente bisogno. Petina, allora, non è stata soltanto la capitale di una notte. È stata una piccola capitale della speranza. Una di quelle che non compaiono sulle mappe, ma che dovrebbero essere segnate con un colore diverso. Il colore della restanza. Restare non significa avere paura di partire ma sapere che esiste qualcosa per cui vale la pena tornare: una lingua, una festa, un abito, una musica, una piazza, un profumo, un volto, una memoria, un paese. Le radici non sono catene mamemoria che cammina. E quell’albero evocato nella notte di Ferragosto — l’albero che perde le foglie e tuttavia resiste — forse è proprio il simbolo più bello di questa storia. Perché ci sono stagioni in cui tutto sembra morire. Le piazze si svuotano. I giovani partono. Le case si chiudono. Le botteghe abbassano le saracinesche. Le tradizioni rischiano di diventare fotografie. Eppure, sotto terra, la radice continua a lavorare. Silenziosa. Ostinata. Viva.

Poi arriva una sera. Una musica. Un bambino vestito come i suoi nonni. Sei popoli che si prendono per mano. Una piazza che applaude. E improvvisamente ci si accorge che quell’albero non era morto. Stava solo aspettando un’altra primavera.

PETINA
Serata Antica 2026

Petina, il 14 agosto 2026, quella primavera l’ha fatta vedere a tutti. Non importa se il mondo continua a litigare. Non importa se le frontiere sembrano più alte. Non importa se la politica internazionale prova ogni giorno a ricordarci quanto siamo diversi.Ci sarà sempre una musica capace di attraversare una frontiera. Ci sarà sempre una danza capace di arrivare prima di un esercito. Ci sarà sempre una madre che vestirà suo figlio con gli abiti della propria terra e gli insegnerà che ricordare non significa tornare indietro.

Significa sapere da dove si viene per poter scegliere dove andare. E allora sì.Se tutto torna, il folklore può davvero fare spazio all’amore. Non è una frase fatta. Quella notte lo hanno dimostrato sei popoli. Sei popoli arrivati da lontano, con storie diverse, accenti diversi, colori diversi, che hanno scelto di stare insieme nella stessa piazza. E per qualche ora hanno dimostrato una verità semplice, quasi disarmante: l’umanità non ha bisogno di essere uguale per essere unita.Ha bisogno di conoscersi. Di ascoltarsi. Di danzare. Di ricordare. Di riconoscersi negli occhi dell’altro. Forse il futuro comincia proprio così. Non nei palazzi. Non nelle dichiarazioni. Non nelle schermaglie. Ma in una piccola piazza degli Alburni, sotto un cielo d’agosto, mentre un tamburo chiama e qualcuno, dall’altra parte del mondo, risponde. E mentre Petina spegne lentamente le luci, mentre i due presentatori Maurizio e Gerardina accompagnano le parole nel cestino del ricordo, resta nell’aria qualcosa che nessun vento potrà portare via. Una musica. Un applauso. Una promessa: quella che le radici, quando sono profonde, non trattengono il mondo. Lo tengono insieme.

Condividi l'articolo:
Write a response

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close
Magazine quotidiano online
Direttore responsabile: Giuseppe Geppino D’Amico
Close