Di Geppino D’Amico
Continua il momento magico per l’avvocato-scrittore Luigi Di Giuseppe. Dopo l’ottima accoglienza ricevuta in occasione della presentazione a Montesano sulla Marcellana il suo ultimo libro, “Un tuffo nello specchio” (NonSoloParole Edizioni), è stato presentato con successo anche a Napoli, a Palazzo Reale, nell’ambito di LibriFestival, la rassegna dedicata all’Editoria del Mezzogiorno. In questo libro si fondono ricerca documentaria, esperienza personale e riflessione storica, nella convinzione che la conoscenza del passato è importante per comprendere il presente e guardare al futuro con maggiore fiducia.

Particolarmente suggestivo il titolo che richiama l’immagine dello specchio come luogo della memoria e della consapevolezza. “Il riferimento -afferma l’Autore- è a un “passato che non passa”, espressione cara ad Hannah Arendt, e suggerisce una riflessione sul rapporto tra passato e presente, ponendo la memoria non come esercizio nostalgico, ma come strumento di conoscenza e responsabilità”. Il libro si avvale della prefazione dello storico Carmine Pinto e della postfazione di Donato Francesco Orlando, ed è un diario di famiglia e tra memoir familiare, ricerca storica e riflessione civile, ricostruisce la vicenda del padre dell’autore e, attraverso di essa, ripercorre alcuni dei passaggi più significativi della storia dell’Italia contemporanea a cui il Sud ha dato un contributo particolarmente importante.

Avvocato di professione, “Luigi Di Giuseppe affianca da sempre all’attività professionale un costante interesse per la storia, la cultura e il civismo, collaborando con riviste e realtà associative. Con questo testo -si legge nella prefazione di Carmine Pinto- l’Autore ha inteso recuperare e continuare una memoria, dando corpo a una tradizione antica, la storia di una famiglia, in questo caso del Novecento meridionale. A partire dal nonno, di cui porta il nome, una guardia municipale e dal bisnonno, un corriere del mondo delle carrozze e dei cavalli, delle strade sterrate e dell’emigrazione, di cui abbiamo testimonianze ancora oggi negli immaginari di tutti i piccoli paesi”. Nel libro la ricostruzione storica si sviluppa attraverso fonti documentarie e testimonianze dirette, con l’obiettivo di restituire dignità a quelle esistenze che non trovano spazio nei manuali di storia, ma che hanno contribuito in modo concreto alla costruzione dell’Italia democratica. La “microstoria” della famiglia Di Giuseppe diventa così occasione per riflettere sul valore del senso del dovere, della libertà e dell’impegno civile. Al centro della narrazione c’è, però, la figura del padre dell’autore, Antonio Emerico Di Giuseppe, per tutti in paese “Tonnuccio”, carabiniere protagonista degli anni della guerra di Liberazione, della ricostruzione del Paese e dell’emigrazione del secondo dopoguerra. Attraverso documenti, testimonianze e ricordi, il volume ricostruisce una vicenda individuale che si intreccia con i grandi eventi della storia nazionale, mostrando come le esperienze delle persone comuni possano contribuire a comprendere un’intera epoca”. Il libro, quindi, ricostruisce la storia di “uno dei tanti senza storia” che dopo l’armistizio dell’8 settembre decisero di continuare la guerra contro i tedeschi e al fianco degli Anglo-Americani.

Per la sua partecipazione alla Guerra di Liberazione Antonio Emerico Di Giuseppe riceverà nel 1984 il “Diploma d’Onore quale Combattente per la Libertà d0Italia (1943-1945)” concesso dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini su proposta del Ministro della Difesa, Giovanni Spadolini. Dopo la guerra il suo impegno è continuato nell’Arma dei Carabinieri con la partecipazione anche ad alcune campagne in Sicilia dove le Forze dell’Ordine erano impegnate a reprimere il triste fenomeno del banditismo in cui resterà pure ferito: e di quella ferita porterà sempre e con orgoglio le tracce. Il suo nome finisce sui giornali e, in particolare, sul quotidiano “L’Ora del Popolo” che il 10 aprile del 1947 dedicherà ampio spazio allo scontro evidenziando il sacrificio del giovane carabiniere di Montesano. Nel 1949 arriva il collocamento in quiescenza per cui la vita di Antonio Di Giuseppe cambia nuovamente. Torna a Montesano ma il forte desiderio di nuove conoscenze ed esperienze lo porta prima in Argentina e poi in Venezuela.

A proposito del Venezuela resta in piedi un interrogativo, posto da Donato Francesco Orlando nella Postfazione riguardante la collisione della motonave italiana Verdi diretta in Venezuela sulla quale viaggiava Antonio Di Giuseppe che entrò in collisione con una petroliera greca Pentelikom: “Dalle stesse pagine sorgono domande e la filigrana lascia trasparire eventi che avrebbero potuto trasformare il senso dell’impianto letterario. Una, solo una: perché nulla si dice di un 16 aprile 1964, ore 02:45, momento in cui il protagonista, destinazione Venezuela, emigrante, è sulla motonave italiana Verdi e avviene la collisione con la petroliera greca Pentelikom. L’incendio che ne conseguì lo riportò indietro nel tempo e lo spaventò? Non è dato sapere e pure questo aiuta a dedurre almeno parte del non detto. Il lettore può inserire tra le pagine ciò che ha dentro. Il tutto avvia pure un processo di ricostruzione della figura del protagonista. Invoglia a immaginarlo”. Forse la risposta sta nel fatto che molti tra coloro che “vedono la morte con i loro occhi” preferiscono evitare di parlarne. Ma è solo un’ipotesi. Tornato in Italia Antonio Di Giuseppe si stabilisce a Roma, dove apre una un’impresa di costruzioni che opera tra Ostia e zone limitrofe. L’ultima tappa è Montesano dove partecipa attivamente all’attività amministrativa. Per lui è un principio ineludibile “tendere la mano a chi ha bisogno di aiuto, senza nulla pretendere, costruire un futuro migliore per tutti è l’onore e l’impegno di ogni sincero Democratico. Insieme, uniti, abbiamo il dovere di lottare per salvare la dignità dell’uomo e la sua Libertà”. Indubbiamente quella di Antonio “Tonnuccio” Di Giuseppe è una vita vissuta per gli altri per cui meritava di essere raccontata. E conosciuta.


