Da sempre in Italia il fenomeno migratorio è al centro dell’attenzione. Da sempre la domanda è: “L’emigrazione è stata una risorsa o un problema?”. Anche il Vallo di Diano è stato al centro del dibattito avviato da due esponenti politici del passato, Giovanni Florenzano e Giovanni Camera. L’on. Florenzano, convinto che l’emigrazione fosse un problema, fu uno dei primi a studiare cause ed effetti del fenomeno, pubblicando nel 1874 il volume “Dell’emigrazione italiana comparata alle altre emigrazioni europee: studi e proposte”, che ancora oggi è un punto di riferimento per gli studiosi. Di diverso parere era l’on. Camera, che riteneva l’emigrazione un fattore positivo per lo sviluppo economico del nostro territorio grazie alle rimesse dei nostri emigrati. I dati del recente Rapporto Svimez sembrano dare ragione a Florenzano: l’emigrazione è un grande problema perché il Sud è sempre più a rischio spopolamento.
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Nel 1902, nel corso del suo viaggio in Campania e Basilicata per rendersi conto della situazione in cui versavano le regioni meridionali, il primo ministro Giuseppe Zanardelli fu salutato così dal sindaco di Moliterno, Vincenzo Valinoto Latorraca: “Signor Primo Ministro, La saluto a nome degli 8.000 abitanti di questo paese, 3.000 dei quali sono in America, mentre gli altri 5.000 si accingono a seguirli”. Oggi, 124 anni dopo, i residenti sono meno della metà. Un calo netto che però non riguarda solo il comune lucano, ma molti paesi del Sud, come dimostrano i dati studiati e pubblicati da Svimez nel rapporto “Un Paese, due migrazioni” Svimez da pubblicare.
Se nel periodo che va dalla seconda metà dell’Ottocento al secolo successivo emigravano principalmente le braccia, oggi a lasciare il Sud non sono solo giovani cervelli, ma anche genitori e nonni che raggiungono figli e nipoti al Centro, al Nord o all’estero. Non a caso la Svimez – nel rapporto “Un Paese, due migrazioni”, curato con Save the Children – ha coniato la formula dei “nonni con la valigia”, che, pur mantenendo la residenza in una regione del Sud, vivono stabilmente nel Centro-Nord. La Svimez ha stimato il numero di over 75 meridionali che, pur mantenendo la residenza in una regione del Sud, vivono stabilmente nel Centro-Nord. Le stime si basano sull’analisi delle compensazioni della mobilità farmaceutica convenzionata e sulla spesa pro-capite per farmaci della popolazione anziana. Secondo le stime Svimez, tra il 2002 e il 2024 gli anziani formalmente residenti al Sud che vivono stabilmente al Centro-Nord sono quasi raddoppiati, passando da 96 mila a oltre 184 mila unità Svimez da pubblicare. Questa emigrazione “sommersa” riflette due dinamiche intrecciate: da un lato il ricongiungimento familiare con figli e nipoti emigrati anche a supporto dei carichi di cura; dall’altro la crescente difficoltà di ricevere servizi di cura adeguati nel Mezzogiorno, caratterizzati da carenze nei servizi sanitari e assistenziali.
Tra il 2002 e il 2024 quasi 350 mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno in direzione del Centro-Nord, per una perdita secca (al netto dei rientri) di 270 mila unità. Un fenomeno che però non riguarda soltanto il Meridione: nello stesso periodo 154 mila laureati si sono trasferiti da una regione del Centro-Nord, per lo più verso l’estero. Nel solo 2024, i giovani qualificati del Mezzogiorno che si sono trasferiti al Centro-Nord sono 23 mila, mentre quelli che hanno scelto l’estero sono più di 8 mila. In un anno la perdita netta di giovani laureati del Sud, sommando migrazioni interne ed estere, ammonta a 24 mila unità.
La Svimez quantifica in 6,8 miliardi di euro l’anno il costo associato alla mobilità interna dei giovani laureati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord: un trasferimento netto e strutturale di risorse pubbliche a favore delle aree più forti del Paese. A questo si aggiunge il costo delle migrazioni estere: per il Mezzogiorno la perdita di investimento formativo è stimabile in 1,1 miliardi di euro annui, mentre il Centro-Nord registra una perdita superiore ai 3 miliardi di euro l’anno per l’emigrazione all’estero dei profili più qualificati. La mobilità non attende più la fine degli studi: si anticipa già al momento dell’avvio dell’università. Nell’anno accademico 2024/2025, quasi 70 mila studenti meridionali – su circa 521 mila – studiano in un ateneo del Centro-Nord: oltre il 13% del totale, con picchi del 21% nelle discipline STEM. Campania e Sicilia generano da sole quasi metà del flusso in uscita. La Lombardia si conferma la regione più attrattiva, seguita da Emilia-Romagna e Lazio.
La Svimez evidenzia però un segnale importante in controtendenza: negli ultimi anni è migliorata la capacità attrattiva degli Atenei meridionali. A parità di immatricolazioni negli atenei del Sud (108 mila), per i corsi di laurea triennali e a ciclo unico, gli immatricolati meridionali negli Atenei del Centro-Nord si sono ridotti dai 24 mila studenti dell’anno accademico 2021/2022 ai 17 mila dell’anno accademico 2024/2025. Per la responsabile analisi e ricerche di Save the Children, Antonella Inverno “Sono proprio le ragazze e i ragazzi cresciuti nelle aree marginali e periferiche del Paese che faticano a immaginare un futuro in Italia e le loro aspirazioni trasformate in progetti di vita concreti. È invece in questi luoghi che dovrebbero concentrarsi politiche pubbliche, adeguatamente finanziate, affinché i più giovani possano pensare di rimanere nei territori di origine, diventando così a loro volta fautori dello sviluppo di quegli stessi territori”.
Fin qui il Rapporto Svimez, che suscita forti interrogativi sul futuro del Sud. In quest’ottica risuonano profetiche le parole degli autori del libro “Se muore il Sud”, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella: “Se muore il Sud muore l’Italia intera. Ma se muore il Sud è anche e soprattutto colpa nostra. Fa venire il sangue al cervello, a chi come noi ama il Mezzogiorno, ripercorrere le occasioni perdute di ieri e di oggi… Ma che razza di classe dirigente è quella che lascia affondare un pezzo dell’Italia?”. Un interrogativo che, a distanza di tredici anni, mantiene intatta la sua attualità.


