di Arianna Marchesano (Presidente Sezione Anpi Vallo di Diano)
Riflettere sul rapporto tra memoria, territorio e democrazia nel Vallo di Diano significa interrogarsi non solo sul passato, ma anche sul senso civile del presente. La storia locale, spesso percepita come marginale rispetto ai grandi eventi nazionali, si rivela invece uno strumento prezioso per comprendere come quei processi si siano concretamente radicati nelle comunità.
A guidare questo sguardo può essere l’immagine proposta da Hannah Arendt, che descrive il lavoro dello storico come quello di un “pescatore di perle”: non colui che ricostruisce il passato nella sua interezza, ma chi recupera frammenti dispersi, restituendo loro significato. È proprio in questa prospettiva che il Vallo di Diano emerge come uno spazio tutt’altro che periferico: un luogo in cui la grande storia del Novecento si riflette nelle esperienze quotidiane di uomini e donne.

Fascismo e società locale: una modernizzazione senza rottura
Nel Salernitano e nel Vallo di Diano, il fascismo non si impone attraverso una mobilitazione rivoluzionaria dal basso, ma si innesta su strutture già esistenti. Le élite locali, anziché opporsi, tendono a integrarsi nel nuovo sistema, garantendo una continuità che attenua la percezione di rottura.
Come evidenziato da Erminio Fonzo, il fascismo meridionale appare spesso come un fenomeno adattivo, capace di riorganizzare il potere senza trasformarlo radicalmente. In questo senso, il fascismo meridionale appare profondamente conformista: più che costruire un ordine nuovo, si adatta alle strutture sociali esistenti e le utilizza per consolidarsi.

Questa continuità è ben rappresentata nel nostro territorio dalla figura di Alfredo De Marsico giurista di grande rilievo che attraversa la stagione liberale e quella fascista, fino a ricoprire incarichi di primo piano. Il suo percorso dimostra come una parte significativa delle élite non si sia opposta al regime, ma abbia trovato al suo interno nuovi spazi di legittimazione e di potere.
In questo senso, il fascismo nel Mezzogiorno non si configura soltanto come imposizione dall’alto, ma anche come risultato di una convergenza tra potere centrale e classi dirigenti locali.
Questo non significa assenza di conflitti, ma piuttosto una loro diversa configurazione: meno visibile, più diffusa, spesso legata alle condizioni materiali della popolazione.
Internati e confinati: vite sospese nel territorio
Uno degli aspetti più significativi della presenza fascista nel Vallo di Diano è rappresentato dall’inserimento del territorio nelle reti del controllo politico.
In particolare dopo l’emanazione delle leggi razziali del 1938 e durante gli anni della guerra, famiglie o singoli individui ebrei, spesso stranieri, vengono inviate in piccoli centri del Mezzogiorno, tra cui il nostro comprensorio, e sottoposte a forme di internamento civile. Non si tratta ancora della deportazione nei campi di sterminio, ma di una condizione di esclusione e controllo che limita profondamente la libertà personale. Anche in questo caso, tuttavia, si creano forme di contatto con la popolazione locale, che rendono il territorio non solo luogo di marginalizzazione, ma anche spazio di relazione e, talvolta, di solidarietà. Queste vicende mostrano come la Shoah, anche nei contesti periferici, non sia un evento lontano, ma una realtà che si intreccia con la vita quotidiana delle comunità.
Le storie ricostruite di alcuni di essi, come Heinz Skall e Adolfo Zippel, restituiscono con forza questa condizione: una vita sospesa, segnata dall’esclusione ma attraversata anche da relazioni umane che, in alcuni casi, attenuarono l’isolamento.
Accanto a loro, i confinati politici rappresentavano un’altra faccia della repressione. Figure come Riccardo Enrico Morsut ed Ettore Bielli, ad esempio, portarono nel territorio non solo la loro condizione di oppositori, ma anche esperienze politiche e culturali che entrarono in contatto con le comunità locali. Il confino, pensato come strumento di isolamento, finiva così talvolta per produrre effetti inattesi: circolazione di idee, incontri, forme embrionali di consapevolezza.
Il disagio sociale e le prime fratture
Sotto la superficie di apparente stabilità, il mondo rurale era attraversato da tensioni profonde. La crisi economica, la povertà e le difficili condizioni di vita alimentarono forme di protesta che, pur non sempre organizzate, segnalavano un malessere diffuso.
Episodi come quelli registrati a Monte San Giacomo nel 1933 o le mobilitazioni contadine a Sanza mostrano come il consenso al regime non fosse monolitico. Come evidenziato da studi sul movimento contadino nel Salernitano, queste tensioni rappresentano segnali precoci della crisi che esploderà nel 1943.
In queste dinamiche emerge con forza anche il ruolo delle donne, spesso protagoniste di una resistenza quotidiana, legata alla difesa della sopravvivenza familiare.
Il 1943: la rottura
Il 1943 segna un punto di non ritorno. Il crollo del regime e l’armistizio dell’8 settembre dissolvono l’autorità statale, lasciando le comunità in una condizione di smarrimento.
Nel Vallo di Diano, lo sciopero, o meglio, la rivolta, a Montesano sulla Marcellana rappresenta uno dei momenti più significativi di questa fase. Non si tratta semplicemente di un episodio di protesta, ma di una manifestazione concreta della crisi del potere e della nascita di nuove forme di partecipazione.
La scelta: Resistenza
Il contributo dei cittadini del Vallo di Diano alla Resistenza si colloca nel drammatico contesto apertosi dopo l’Armistizio di Cassibile, che determinò il rapido disfacimento delle strutture militari e statali del Regno d’Italia. Migliaia di soldati si trovarono improvvisamente senza ordini, in un Paese disgregato e occupato dalle truppe tedesche. In questo scenario, molti militari originari dei centri del comprensorio furono costretti a compiere scelte difficili e spesso irreversibili: arrendersi, tentare il rientro a casa, aderire alla Repubblica Sociale Italiana oppure entrare nella lotta armata contro il nazifascismo.
La partecipazione resistenziale dei valdianesi si sviluppò prevalentemente fuori dal territorio d’origine, soprattutto nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale, in particolare Piemonte, Liguria e Lombardia, dove molti di loro si trovavano già per ragioni di servizio o a seguito degli spostamenti imposti dal conflitto. Tuttavia, forme di adesione alla Resistenza si registrarono anche all’estero, in particolare nei territori della ex Jugoslavia, dove reparti italiani sbandati dopo l’8 settembre entrarono in contatto con i movimenti partigiani locali, prendendo parte alla lotta contro l’occupazione nazifascista in un contesto particolarmente complesso e segnato da una guerra di liberazione già in corso.
Tra i soldati rimasti allo sbando che maturarono una scelta consapevole di adesione alla Resistenza si ricordano Giovanni Marmo, Raffaele Giallorenzo e Pasqualino Lammardo. Accanto a loro operarono anche membri delle forze armate in servizio, come il carabiniere Antonio Caggiano, il finanziere Paolo Arenare, originario di Teggiano, attivo con la Guardia di Finanza nella zona della Repubblica partigiana dell’Ossola ed Enrico Marchesano, guardia carceraria a Parma, membro del SIP ( Servizio Informazioni Patriottiche).

La Resistenza assunse forme molteplici e articolate. Accanto alla guerra partigiana condotta nelle aree montane del Nord, si svilupparono esperienze di resistenza urbana particolarmente significative, come quelle organizzate a Roma nel Fronte Militare Clandestino e a Napoli durante le Quattro giornate di Napoli. Anche in questi contesti si registrò la presenza e il contributo di uomini provenienti dal Mezzogiorno, inclusi i territori del Vallo di Diano.
L’adesione alla Resistenza non fu mai automatica: rappresentò piuttosto una scelta consapevole, maturata di fronte alla violenza dell’occupazione tedesca, al crollo del regime fascista e alla necessità di assumere una posizione morale e politica. Tale scelta comportò rischi elevatissimi, come dimostrano i numerosi casi di arresto, deportazione e fucilazione.
Il prezzo pagato fu infatti molto alto. L’elenco dei caduti del Vallo di Diano testimonia come anche queste comunità abbiano contribuito in modo diretto alla Liberazione.
Accanto ai partigiani armati, gli Internati Militari Italiani rappresentano un’altra forma di resistenza, priva di azione militare ma non per questo meno significativa. Dopo la cattura da parte dei tedeschi, essi rifiutarono in larga parte di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, scegliendo consapevolmente la prigionia nei lager e nei campi di lavoro del Reich. Questo rifiuto, spesso pagato con condizioni durissime, fame, violenze e morte, costituisce una forma di opposizione morale e civile che la storiografia riconosce pienamente come parte integrante della Resistenza.
Memoria e presente
Oggi, in un contesto segnato da nuove tensioni internazionali e dal riemergere di nazionalismi e forme di chiusura, la memoria assume un valore ancora più urgente. I nuovi fascismi non si presentano con i simboli del passato, ma attraverso processi più sottili: l’erosione delle istituzioni, la semplificazione del dibattito, la diffusione dell’esclusione.
Comprendere il passato significa allora riconoscere questi segnali e sviluppare strumenti critici per interpretarli. Come diceva Piero Calamandrei, la Costituzione non è un meccanismo automatico, ma una promessa che vive soltanto se ogni generazione decide di assumerla come propria responsabilità. Fare memoria, dunque, non è un esercizio neutro, ma un atto civile.
In questo quadro, l’ANPI agisce in modo duplice: promuove memoria attiva, consapevolezza e impegno con le nuove generazioni, e garantisce una costante vigilanza democratica. Libertà, uguaglianza, diritti, partecipazione: sono conquiste storiche che richiedono attenzione continua.
Custodire la memoria significa darle voce, trasformarla in coscienza critica, renderla capace di opporsi a ogni forma di indifferenza e di ingiustizia. La democrazia non è un’eredità immobile: esiste solo se viene difesa, ogni giorno.
Il presente contributo propone una sintesi interpretativa del rapporto tra fascismo, territorio e memoria nel Vallo di Diano, elaborata attraverso l’integrazione di fonti storiografiche e riferimenti locali. Si tratta, tuttavia, di una ricostruzione necessariamente parziale, che apre a ulteriori prospettive di indagine e richiede approfondimenti futuri.


