Di Vincenzo Cutolo

Giovanni Amendola morì il 7 aprile 1926 in Francia, a seguito delle lesioni interne prodottegli in Italia da un bestiale pestaggio fascista effettuato l’anno prima da alcuni squadristi di Mussolini nei pressi di Montecatini. Prima di dedicarsi alla vita politica, Amendola era stato uno dei maggiori giornalisti italiani. Laureato in Filosofia (con una tesi su Immanuel Kant), egli aveva aderito inizialmente al partito socialista per poi diventare uno dei maggiori esponenti della pubblicistica liberale. Si distinse infatti, tramite i suoi appassionati articoli apparsi sulla “Voce” di Prezzolini, sul “Resto del Carlino”, sul “Mondo” e soprattutto sul “Corriere della Sera”, come uno dei giornalisti più incisivi nel promuovere il pensiero liberale in Italia.
Nel 1919 i liberali del collegio Mercato San Severino – Sarno (la città dei suoi genitori) gli offrirono la candidatura al Parlamento italiano. Ed egli fu eletto deputato, aderendo alla corrente di Francesco Saverio Nitti. Fu poi rieletto anche nelle elezioni del 1921 e del 1924, acquistando sempre maggiore prestigio. Fu infatti sottosegretario nel Governo Nitti e ministro nei Governi Facta, oltre che uno dei maggiori capi dell’opposizione al fascismo. In Parlamento Amendola coalizzò le forze di opposizione (socialiste, cattoliche e liberali) in quella che passerà alla storia come la “Secessione dell’Aventino”, annunciando che esse non avrebbero più partecipato alle attività parlamentari fino a quando dal Governo Mussolini non fosse stata ripristinata la legalità. E convinse Benedetto Croce a redigere il “Manifesto degli intellettuali antifascisti”.

Per le sue posizioni critiche verso il regime fascista, Amendola subì intimidazioni e aggressioni, le più gravi delle quali furono il pestaggio del dicembre 1923 a Roma, in cui egli fu ferito a bastonate alla testa, e la brutale aggressione del luglio 1925 a Montecatini (che, mesi dopo, lo avrebbe condotto alla morte per le gravi lesioni interne prodottegli dal pestaggio).
Accanto alle vicende della vita pubblica, Giovanni Amendola visse anche vicende private non sempre felici. Molto sofferto fu, infatti, il rapporto tra lui e sua moglie Eva Kuehn (da cui ebbe quattro figli: Giorgio, Adelaide, Antonio e Pietro). Eva era una bella emigrata lituana, colta e raffinata, di spirito libero (affetta, però, da nevrosi ipomaniacale, che le produceva iperattività ed euforia alternate a stasi, depressione e tristezza). I due coniugi vissero entrambi sofferenze reciproche: lui per i tradimenti della moglie e le sue continue fughe a Capri, a Milano o sul lago di Como; lei per la ricerca incessante sia di emozioni intellettuali e vitali (fu amante di Boine e di Marinetti), sia dell’alleviamento della propria nevrosi. Negli ultimi anni di vita, allorché la moglie era nelle case di cura, Giovanni Amendola visse anche una segreta vicenda sentimentale, forse del tutto sconosciuta in Italia: la relazione con la giornalista bulgara Nelia Pavlova, che poco dopo la morte di lui partorì un figlio nato da quell’amore. Quella storia fu tenuta nascosta, per ovvi motivi, fino alla morte di Giorgio Amendola. E oggi è forse giusto ricordare sia la devozione e l’affetto che la giornalista bulgara nutrì per il nostro uomo politico (soprattutto nelle ultime settimane di vita di Amendola a Cannes), sia la brutale persecuzione che i fascisti inflissero alla donna per quel legame che doveva costarle addirittura la repentina espulsione dal nostro Paese.

Degno di nota è anche il rapporto tra il deputato Giovanni Amendola e la città di Sarno. In occasione delle elezioni del 1919 e del 1921 gli abitanti di Sarno manifestarono grande entusiasmo per il “Professore” Amendola. Numerosi furono, infatti, i suoi seguaci. Lo appoggiarono i facoltosi industriali della città (Sarno allora era definita “la Manchester del Sud”). Appassionate furono le discussioni politiche in suo favore da parte dei “signori” del Circolo dell’Unione. Ma le cose cambiarono subito dopo la marcia su Roma. Il fascismo prese purtroppo piede anche a Sarno, con i suoi metodi violenti e brutali. I “signori” passarono egoisticamente dall’amendolismo al fascismo; si formarono bande squadristiche; le elezioni furono controllate e inquinate dai gerarchi (ad Amendola, che nel 1921 aveva ottenuto duemila voti, nel 1924 il comitato elettorale attribuì soltanto 27 voti!).

Nel 2014 l’editore Mursia ha pubblicato un prezioso libro del compianto giornalista-scrittore Goffredo Locatelli, intitolato appunto “Il deputato dei 27 voti”.
In esso vengono descritte esaurientemente sia la vita pubblica che quella privata del nostro grande uomo politico meridionale. Soprattutto ne vengono analizzate le inquietanti vicende che lo destinarono a pagare con la morte la lotta per la libertà e la democrazia.
Di quel libro, di cui consiglio a tutti la lettura, riporto le parole più toccanti, quelle delicate e commosse del “Prologo”, in cui Locatelli descrive la sobria cerimonia di sepoltura del “grande italiano”, nel cimitero francese di Cannes: “Lo abbiamo seppellito in una scatola di pelle dentro una scatola di legno di mogano. I becchini l’hanno ricoperta con rapide, esperte palate di terra. Non ci sono stati archi di fiori per segnare il cammino. C’era solo il convoglio funebre di un uomo assassinato …”. VINCENZO CUTOLO



Grazie per la pubblicazione. Un abbraccio.🌹