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Il Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni tra primati e sfide: la gestione dei rifiuti nel parco più popoloso d’Italia

di Elia Rinaldi

Il delicato equilibrio tra la tutela di un ecosistema vastissimo e la pressione antropica di oltre duecentomila residenti trova una sintesi significativa nel recente dossier di Legambiente sui parchi “Rifiuti Free”. Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni emerge come un caso studio unico nel panorama nazionale, non tanto per le percentuali assolute di raccolta differenziata, quanto per la complessità della sfida che si trova ad affrontare. Con ottanta comuni coinvolti, il parco salernitano è l’area protetta che deve coordinare il maggior numero di amministrazioni locali in Italia, una frammentarietà che rende i risultati ottenuti ancora più rilevanti se confrontati con realtà geograficamente più omogenee.

Il dato che balza all’occhio riguarda i cosiddetti comuni “Rifiuti Free”, ovvero quei centri che riescono a contenere la produzione di secco residuo sotto i settantacinque chili per abitante all’anno. In questa specifica categoria, il parco detiene il primato assoluto nazionale con trentatré comuni virtuosi. Si tratta di un risultato che supera numericamente anche quello delle Dolomiti Bellunesi, nonostante queste ultime restino inarrivabili per quanto riguarda la percentuale complessiva di raccolta differenziata, che tocca punte dell’87%. Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni si attesta invece su una media del 69,3%, un valore solido che supera la soglia di legge ma che evidenzia una leggera flessione rispetto alle rilevazioni di tre anni fa.

Il confronto con le altre grandi aree protette del Mezzogiorno restituisce l’immagine di un territorio che ha saputo innestare buone pratiche in modo più efficace rispetto ai suoi vicini. Mentre parchi come l’Aspromonte faticano a superare la soglia del 37% di raccolta differenziata e il Gargano si ferma poco sopra il 56%, il parco salernitano mantiene una coerenza gestionale che coinvolge la quasi totalità dei suoi centri: sessantasette comuni su ottanta sono infatti considerati “ricicloni”. Tuttavia, la produzione di secco pro-capite, pur essendo inferiore alla media dei parchi nazionali, resta sensibilmente più alta rispetto ai modelli d’eccellenza del Nord Italia, segno che la densità abitativa e la vocazione turistica del territorio continuano a pesare sul ciclo dei rifiuti.

In definitiva, la fotografia scattata dal dossier mostra un parco a due velocità. Da un lato c’è l’eccellenza dei piccoli borghi che costituiscono l’ossatura “pulita” dell’area protetta, capaci di minimizzare lo scarto indifferenziato meglio di chiunque altro in Italia. Dall’altro resta la difficoltà strutturale di uniformare le prestazioni di un territorio così vasto e densamente popolato, il terzo più antropizzato tra i parchi nazionali. La sfida per il futuro non sembra dunque risiedere soltanto nell’aumento delle percentuali di differenziata, ma nella capacità di mantenere questo modello di prossimità nonostante le pressioni esterne e la complessità di una governance che deve tenere insieme ottanta diverse identità comunali.

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