Di Giuseppe Geppino D’Amico
Sono sempre più numerosi i figli, i nipoti e anche i pronipoti dei nostri connazionali emigrati nelle Americhe che anelano a riscoprire le proprie radici. Più volte sono stato contattato da persone desiderose di conoscere la storia del paese d’origine dei propri antenati e di ricostruire il proprio albero genealogico. Rispetto al passato, quando esisteva soltanto la vecchia e cara epistola, oggi tramite Internet le distanze si sono accorciate, per cui diventa più facile avviare un contatto. La settimana scorsa è tornato a trovarmi José, un brasiliano che avevo già incontrato nel 2012 in occasione della sua prima venuta a Polla per acquisire notizie relative alla famiglia della nonna materna. La storia di José ripropone il problema dell’identità dei nostri connazionali all’estero che intendono conoscere le proprie radici.
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Il Brasile, unitamente all’Argentina e, ancor prima, agli Stati Uniti, è stato uno dei primi paesi ad ospitare migliaia di emigrati italiani, già prima dell’Unità d’Italia. Proprio in Brasile, a Rio de Janeiro, nel 1971 è nato José Marcio de Souza da Cruz Alves. Laureato in Architettura, vive attualmente a New York e lavora come assistente di volo per una importante compagnia aerea statunitense. Nei giorni scorsi ha fatto tappa a Milano e ha deciso di approfittare di alcuni giorni di ferie per tornare a Polla e continuare le ricerche sui suoi antenati. Anche se il suo cognome denota chiare origini portoghesi, le ricerche sui suoi avi materni lo hanno portato a Polla; quelle sul ramo paterno lo hanno spinto in Costiera Amalfitana, dove il cognome Camera è ancora presente.
Nel corso del piacevole incontro presso la Biblioteca comunale di Polla, svoltosi alla presenza del sindaco Massimo Loviso, che gli ha garantito la massima collaborazione degli uffici comunali, José ha raccontato che a parlargli di Polla era la nonna.
José Marcio de Souza da Cruz Alves ha raccontato: “Purtroppo, da piccolo – ha affermato in un italiano quasi perfetto – non prestavo molta attenzione ai suoi racconti. Poi qualcosa è cambiato e ho deciso di avviare una ricerca che nel 2012 mi ha portato a Polla, dove sono riuscito a risalire agli antenati di mia nonna fino alla fine del ‘700. I cognomi che ho trovato? Manzione, Amen, Cancro, Medici, Bufano, Brigante ed altri ancora perché anche in Brasile gli emigrati italiani facevano gruppo e spesso si sposavano tra loro”. Alle prime notizie rinvenute se ne sono aggiunte successivamente altre, ma la ricerca continua. Girando per le viuzze del centro storico, José ha deciso di acquistare un’abitazione e ristrutturarla. Tornerà a Polla in aprile, insieme alla sorella, per continuare le ricerche presso gli archivi del Comune e presso gli archivi parrocchiali, che rappresentano una vera e propria miniera di questo tipo di notizie. Il prossimo viaggio potrebbe anche essere l’occasione per concludere le trattative per l’acquisto dell’abitazione che ha già individuato.
In Biblioteca, prima dei saluti, osservando le foto storiche di Polla, è rimasto particolarmente sorpreso dalla foto pubblicate dal Mallet relative ai danni del terremoto del 16 dicembre 1857. José Marcio de Souza da Cruz Alves ha commentato: “Le foto sono fantastiche anche se rispetto a un disastro… 867 morti: ho perso cugini in quel tremuoto”. Forse proprio a seguito di quel “tremuoto” i suoi antenati, così come fecero Luigi Curto e i nonni di Homero Manzi, decisero di lasciare l’Italia e cercare fortuna in Brasile. La storia di José non è la storia di un singolo. Altri prima di lui hanno avuto lo stesso desiderio e percorso la strada dei ricordi. Quello del viaggio interiore è un concetto poco approfondito ma molto importante e la storia di José Alves e dei suoi antenati lo dimostra.
Il 2024 è stato l’Anno delle Radici Italiane nel Mondo. Per l’occasione il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, attraverso la Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie, ha sostenuto e promosso il progetto “Turismo delle Radici”, quale opportunità per valorizzare le storie di emigrazione, sacrificio e successo degli avi degli italo-discendenti nel mondo e preservarne la memoria. Al progetto hanno aderito numerosi comuni del Vallo di Diano, tra i quali Padula, Polla, Monte San Giacomo, San Pietro al Tanagro, Casalbuono, Atena Lucana e Sanza. Il progetto si propone di sensibilizzare le comunità locali sul tema dell’emigrazione italiana e dei viaggi delle radici, creando sui territori una offerta turistica rivolta agli italo-discendenti.
Il problema più grande che i nostri connazionali hanno dovuto affrontare in terra straniera è stato quello dell’identità. E quando si parla di identità il pensiero va a Giuseppe Imbucci, scomparso alcuni anni fa, indimenticato docente presso l’Università di Salerno e presidente dell’Osservatorio Provinciale per gli Italiani nel Mondo, coautore e direttore scientifico dell’opera in due volumi Itaca, il problema del rientro migratorio in Campania, che ha studiato il Mito di Ulisse.
Giuseppe Imbucci scriveva: “Ulisse è mito. Attorno alla figura dell’eroe greco si raccoglie l’andare dell’uomo. Egli sfida le colonne d’Ercole, l’antico limite del mondo. Ma questo, prima ancora che esterno, è interiore. Il contadino campano che va e sfida le colonne d’Ercole è un moderno Ulisse. Il suo viaggio corre estroflesso verso l’esterno, ma è anche interiore. Esprime una mentalità ed una attitudine”.
Circa 60 anni fa, alla stazione di Ferruzzano, piccolo comune in provincia di Reggio Calabria che oggi conta circa 700 abitanti, un giorno scese dal treno un solo passeggero: era un signore anziano. Accortosi che l’uomo si guardava intorno come spaesato, il capostazione gli chiese: “Siete americano?”. Antonio Margariti (questo il suo nome) lo guardò pensoso ed esclamò: “Ma in America mi chiamano italiano!”. Siamo certi che in cuor suo si sentiva italiano. L’episodio dimostra che per i nostri emigrati e per i loro discendenti conoscere il passato è importante perché significa far rivivere la memoria. Il modo per farlo? Ce lo ha spiegato l’etnoantropologo Ernesto De Martino: “Per tenere in vita il villaggio vivente della memoria bisogna tornarci non solo con il ricordo, ma qualche volta anche in pellegrinaggio”. Ed è quello che i figli, i nipoti e i pronipoti dei nostri connazionali all’estero intendono fare. Molto, però, dipenderà da come verranno accolti.


