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“Cundi, storie e mestieri”: Cono Cimino racconta la Teggiano che fu nel Calendario-Almanacco 2026

Non è un semplice calendario. È un almanacco, nel senso più autentico e profondo del termine. Un oggetto che segna il tempo ma, soprattutto, lo custodisce, lo attraversa, lo restituisce alla memoria collettiva. Il Calendario-Almanacco 2026 in dialetto teggianese di Cono Cimino si presenta come un vero e proprio viaggio antropologico nella Teggiano del Novecento, fatto di volti, mestieri scomparsi, parole antiche, storie minime che insieme compongono l’anima di una comunità. Le pagine del calendario scorrono come una fotogalleria di un mondo che non c’è più, ma che continua a vivere nei ricordi, nei soprannomi, nelle voci dialettali, nei gesti quotidiani di un tempo. Artigiani, contadini, stagnini, furgiari, carradori, uomini e donne spesso conosciuti più per il loro nomignolo che per il cognome, diventano protagonisti di cundi, versi e racconti che oscillano tra ironia, tenerezza, nostalgia e poesia.

Un almanacco di persone, prima ancora che di mesi

Lo sottolinea con chiarezza Giuseppe Mea, che coglie bene il senso profondo dell’opera: “Caro Cono, il tuo non è un calendario, ma un almanacco”. Un almanacco che restituisce un quadro umano e sociale fatto di figure umili, spesso povere, ma ricche di dignità e identità. Personaggi come Viciènzu lu stagnàru, Rusìna, Zi’ Pèppu ri Chiòrra, il celebre autista dell’“autubbussu”, o i tanti mestieri ormai sconosciuti alle nuove generazioni, diventano simboli di un tempo in cui ogni cosa aveva un valore, una funzione, una necessità. La forza dell’opera sta proprio qui: non nel rimpianto sterile, ma nella capacità di raccontare, con leggerezza e profondità insieme, un universo umano che rischia di scomparire non solo nei fatti, ma anche nel linguaggio.

Il dialetto come lingua della memoria e della poesia

Il dialetto teggianese non è, in questo lavoro, un semplice strumento espressivo. È materia viva, è lingua della memoria, è poesia. Come osserva Vincenzo Andriuolo, presidente dell’associazione Mōre Dianense, l’almanacco 2026 è attraversato da una tensione intima che non viene mai nascosta: “Cono prova dolore, profondo e sordo, per questo che sa bene essere un lento ma inesorabile declino. E non lo tace”. Nei versi e nei racconti, la vis comica – spesso travolgente – convive con una sottile malinconia. Si ride delle disavventure di Bbiasìnu lu Brùttu, delle trovate di Lisàndro ri Schattavèzza, delle gag dialettali che appartengono all’immaginario collettivo, ma allo stesso tempo si avverte la consapevolezza che quel mondo, fatto di parole, relazioni e consuetudini, si sta allontanando.

“La filicità, a bbòti, jà na nzènga ri còsa” (“La felicità, a volte, è solo una piccola cosa”).

Emblematici, in questo senso, i versi di “Na nzènga ri còsa”, che attraversano anche la copertina del calendario.
Qui Cono Cimino affida al dialetto una riflessione universale sulla felicità, fatta di piccole cose, di gesti minimi, di desideri semplici. Un messaggio che parla al presente, pur affondando le radici nel passato. Non a caso, nelle note dell’autore, Cimino sottolinea il rispetto con cui si accosta ogni volta alla scrittura dialettale, cercando un equilibrio tra fedeltà alle radici linguistiche e necessità della comunicazione. Un lavoro che nasce anche da un legame profondo con la propria storia familiare: il calendario 2026 è dedicato al ricordo della nonna Agnese, figura centrale nella trasmissione della parlata rianese.

Un progetto culturale che parla al territorio

Cono Cimino

Il Calendario-Almanacco 2026 si inserisce coerentemente nel percorso culturale che Cono Cimino porta avanti da anni, tra pubblicazioni, raccolte dialettali e progetti di valorizzazione della lingua e della memoria popolare. Dopo “Ni sìmu rufriscàti a la cìbbia ri la Sinacòca” e il calendario 2025, questo nuovo lavoro rappresenta un ulteriore passo avanti: più maturo, più consapevole, più intenso. Un’iniziativa che racconta e valorizza le esperienze culturali radicate nel territorio, capaci di unire passato e presente, tradizione e riflessione contemporanea.

Perché, come ricorda lo stesso autore salutando i lettori: “si st’annàta vai bbòna ni virìmu l’annu chi vèni, si st’annàta màlu vài, nun n’ virìmu né mmu e né mai” (“se quest’anno va bene ci vediamo l’anno prossimo, se quest’anno va male non ci vediamo né ora né mai”). Un augurio che è insieme sorriso, saggezza popolare e consapevolezza del tempo che passa.

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