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TRACCE DI STORIA – Eutanasia ieri e oggi: dall’Accabadora sarda alla Strangulatora di Eboli

Di Giuseppe Geppino D’Amico

Da anni in Italia l’eutanasia è al centro di un dibattito particolarmente acceso, anche per la mancanza di una legge che regoli la materia. Esiste un disegno di legge che stenta a decollare ma, attualmente, nel nostro Paese l’eutanasia costituisce reato e rientra nelle ipotesi previste e punite dagli articoli 579 e 580 del codice penale (Omicidio del consenziente e Istigazione o aiuto al suicidio). In base alla legge 219/2017 e a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 242 del 2019, in Italia è possibile richiedere il suicidio medicalmente assistito a determinate condizioni: la persona che ne fa richiesta deve essere pienamente capace di intendere e volere; deve avere una patologia irreversibile, portatrice di gravi sofferenze fisiche o psichiche, e sopravvivere grazie a trattamenti di sostegno vitale. Eppure, in passato, l’eutanasia veniva praticata, sia pure in modo semiclandestino, in diverse località.

A dare una forte accelerazione al dibattito sull’eutanasia sono state di recente la decisione delle gemelle Alice ed Ellen Kessler, icone dello spettacolo europeo, che con una scelta pianificata e confermata da un percorso legale e medico, il 17 novembre scorso hanno deciso di morire insieme ricorrendo al suicidio assistito. A questo si aggiungono due iniziative editoriali: il libro del giornalista Antonio Polito, “Qualcosa di noi resterà. Come sopravvivere alla morte” (Mondadori), e l’ultimo film di Paolo Sorrentino, “La grazia”, con Peppe Servillo. Senza dimenticare il romanzo “Accabadora”, scritto nel 2009 da Michela Murgia per Einaudi, vincitore del Premio Campiello, e il film L’Accabadora, girato nel 2015 da Enrico Pau, con Donatella Finocchiaro e Carolina Crescentini.

L’Accabadora, parola che deriva dallo spagnolo acabar e significa appunto finire, era la donna che i moribondi si ritrovavano accanto e che, con un atto compiuto secondo modalità diverse, paragonabile a un’eutanasia, aiutava persone affette da gravissime patologie senza speranza alcuna a raggiungere la pace dell’aldilà, usando le mani o un mazzuolo di legno. Non era considerata un’assassina ma “un angelo della buona morte che compiva un atto d’amore e di pietà”.

Anche Eboli, fino al primo ventennio del ’900, ha avuto la sua “Accabadora”, che viveva nel centro storico ed era nota con il nome di “Strangulatora”. Alla sua vicenda è dedicato il romanzo “La Strangulatora”, scritto da Francesco Rinaldi per le Edizioni Il Saggio. In precedenza, a trattare l’argomento era stato Paolo Sgroia, profondo studioso della storia locale, nel blog “Eboli nella storia”. Ad Eboli la Strangulatora viveva nel centro storico della città; era definita “l’Angelo della buona morte” e svolgeva questo “mestiere” per alleviare i dolori e le sofferenze di chi stava per morire. La Chiesa condannava questo tipo di pratica che altro non era se non l’eutanasia di oggi. Un “mestiere” che svolgevano solo le donne e che si tramandava di madre in figlia.

Questa pratica non si svolgeva solo a Eboli ma anche in altre zone d’Italia. In Sardegna, ad esempio, la Strangulatora era chiamata “femina accabadora” (s’accabadóra, letteralmente “colei che finisce”, deriva dal sardo s’acabbu, “la fine”). Diverse erano le pratiche di uccisione utilizzate: entrava nella stanza del morente vestita di nero, con il volto coperto, e poneva fine alle sofferenze tramite soffocamento con un cuscino, oppure colpendo la fronte con un bastone d’ulivo, o dietro la nuca con un colpo secco, o ancora strangolando il morente ponendone il collo tra le sue gambe. Lo strumento più utilizzato, del quale si trovano ancora oggi dei reperti, era una sorta di martello di legno ottenuto tagliando un ramo d’ulivo. Si hanno prove di pratiche della femina accabadora fino agli anni Venti del ’900. Il gesto non era considerato quello di un’assassina ma veniva visto dalla comunità come un atto amorevole e pietoso verso chi soffriva.

La s’accabadora è diventata anche una maschera del carnevale sardo. A Sagama, la maschera di S’Accabadora Pianalzesa prende vita portando con sé un ricco mosaico di tradizioni, misteri e simbologie. Nata nel 2019 da un gruppo di donne della Planargia, questa maschera non è attestata da fonti storiche ma nasce dalla volontà di rappresentare simbolicamente una figura avvolta nel mistero, oggetto di dibattiti tra realtà e leggenda.

L’Accabadora Pianalzesa è caratterizzata da dettagli fortemente simbolici: indossa una maschera in cuoio che lascia scoperti solo gli occhi per nascondere la propria identità; l’abbigliamento è interamente nero, a simboleggiare la discrezione con cui si muoveva nell’oscurità della notte. La pratica a Eboli era simile a quella sarda. La Strangulatora, per scaramanzia, non chiedeva nulla a chi la chiamava, perché essere pagati per porre fine alla vita di un moribondo portava male. Vestita di nero e incappucciata, arrivava a notte inoltrata nella casa del morente, quando le strade erano deserte. Appena giunta, tutti uscivano dalla stanza per pregare. Lei si avvicinava al letto del giacente e, dopo aver chiesto il perdono a Dio, soffocava il morente con il cuscino; se non ci fosse riuscita, usava il bastone d’ulivo o altre pratiche simili a quelle sarde. L’eutanasia veniva praticata solo quando i medici dichiaravano esplicitamente che non c’era più nulla da fare.

La Strangulatora compiva da sola questo macabro rito ed era accompagnata da un’altra persona, solitamente la figlia, solo quando doveva tramandare il suo “lavoro”. Dopo il trapasso restava in preghiera: non se ne conosce il motivo, forse per continuare a chiedere perdono o per far credere che fosse lì solo per pregare e non per strangolare il moribondo, pratica vietata sia dalla Chiesa che dalla Legge. Terminato il rito, usciva dalla stanza con una candela accesa tra le mani e si dileguava rapidamente tra i vicoli bui senza farsi seguire: nessuno doveva conoscere la sua identità. Il rischio di essere arrestata e condannata era altissimo.

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