Search

Auschwitz, il dovere di ricordare: la memoria non deve diventare passato

Di Giuseppe Geppino D’Amico

Arbeit macht frei”. Il lavoro rende liberi.
La frase era il motto posto all’ingresso di numerosi campi nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Tratta dal titolo di un romanzo dello scrittore tedesco Lorenz Diefenbach, venne usata per la prima volta nel 1933, all’ingresso del campo di concentramento di Dachau, e successivamente adottata anche in altri campi, assumendo un significato beffardo. Nel 1940 la scritta venne utilizzata anche per Auschwitz, probabilmente per decisione del maggiore Rudolf Höss, primo comandante responsabile del campo di sterminio.

Ma come nasce Auschwitz, simbolo dello sterminio di circa 6 milioni di Ebrei?

Il capo delle SS tedesche, Heinrich Himmler, affida i lavori per la costruzione del campo a Rudolf Höss: iniziati a maggio del 1940, vengono realizzati in tempi record, tanto che il successivo 14 giugno il campo riceve il primo “carico” di 728 prigionieri politici polacchi ed ebrei, deportati su ordine della polizia di sicurezza di Cracovia. Ma era solo la prima fase: Auschwitz doveva diventare un’immensa fabbrica di armamenti, occupando i prigionieri nei lavori forzati. Ben presto, però, il programma cambia. Ligio agli ordini ricevuti, Höss avvia la costruzione dei campi di Birkenau, a tre chilometri da Auschwitz, e di Monowitz. I prigionieri più sani e robusti vengono destinati ai lavori forzati, quelli deboli o malati eliminati immediatamente.

Dopo l’invasione nazista dell’Unione Sovietica (22 giugno 1941), Höss riceve da Himmler una direttiva ancora più mostruosa: Auschwitz deve diventare “il più grande centro di sterminio di tutti i tempi”. In Polonia esistevano già campi di sterminio a Belzec, Treblinka, Sobibór. Il problema era individuare un metodo di sterminio efficiente. Nel settembre 1941 a trovare la soluzione sarà il vice di Höss, Karl Fritzsch, che propone l’uso dello Zyklon B, “un preparato di acido prussico usato per la disinfestazione del campo”. Il “collaudo” avviene su 900 prigionieri sovietici. Come racconterà Höss, “i russi vennero fatti spogliare ed entrarono tranquillamente nella sala in cui era stato detto loro che sarebbero stati spidocchiati”. Dalle aperture del soffitto lo Zyklon B veniva gettato in palline all’interno. Il tempo necessario al gas per uccidere variava dai 3 ai 15 minuti.

Dal 1942 alla fine del 1944 arrivarono quasi ogni giorno treni carichi di Ebrei provenienti dai Paesi europei occupati dai tedeschi o dai loro alleati. Le 250 baracche potevano ospitare 300 prigionieri ciascuna e le quattro camere a gas di Birkenau erano in grado di uccidere 2.000 internati alla volta. I forni crematori lavoravano a ciclo continuo. Gli Ebrei italiani deportati ad Auschwitz furono circa 7.500. Le deportazioni coinvolsero Ungheria (426.000), Polonia (300.000), Francia (69.000), Olanda (60.000), Grecia (55.000), Boemia e Moravia (46.000), Slovacchia (27.000), Belgio (25.000), Jugoslavia (10.000) e Norvegia (690). Dopo la liberazione del complesso furono rinvenuti 6.000 paia di scarpe, oltre 836.000 abiti femminili e 340.000 maschili, insieme a spazzolini da denti, rasoi e utensili da cucina. Per la gestione del campo vennero impiegati oltre 3.000 addetti, suddivisi nei dipartimenti Comando, Sezione politica (Gestapo), Gestione del campo, Amministrazione, Servizi medici e Cultura (spettacoli, film e concerti). Inoltre, 35 uffici erano incaricati di selezionare e spedire in Germania i beni requisiti ai prigionieri.

Le vittorie degli Alleati riaccesero le speranze. Nell’inverno del 1944 le SS ordinarono lo sfollamento dei campi e la distruzione del Totenbuch, il “libro dei morti”. Il 17 gennaio 1945 le SS lasciarono Auschwitz, che sarà liberata il 27 gennaio dall’Armata Rossa. Dopo un tentativo di fuga, Rudolf Höss, il boia di Auschwitz, fu catturato l’11 marzo 1946 dai britannici e impiccato ad Auschwitz il 16 aprile 1947.

*****

Tutto ebbe origine con le leggi razziali, volute da Hitler nel 1935 e istituite anche in Italia con il Regio Decreto Legge n. 1728 del 17 novembre 1938, Provvedimenti per la difesa della razza italiana. È una delle pagine più tristi della nostra storia. La legislazione antiebraica colpì per la prima volta una parte di cittadini identificata sulla base di caratteristiche razziali inventate, definendo le vittime non come Ebrei, ma come appartenenti alla “razza ebraica”.

Durante il Ventennio, il Vallo di Diano ospitò numerosi esponenti politici ostili al regime e anche Ebrei. Tra questi Dino Philipson, ex deputato liberale toscano; Heinz Skall, che a Sala Consilina visse un’intensa storia d’amore con l’insegnante Rita Cairone; il giornalista austriaco Victor Majer e l’attrice Cilly Schedel, confinati a Polla; Filomena Nonchy, Adolfo Zippel e Paula Eisenhammer a Padula; Enrich Kniebel a Sala Consilina. Bastava un sospetto per rovinare una vita.

Il 27 gennaio ricorre la Giornata della Memoria, istituita il 1º novembre 2005 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per ricordare il 27 gennaio 1945, giorno in cui le truppe sovietiche aprirono i cancelli di Auschwitz. Nei campi di internamento furono deportati anche giovani militari del Vallo di Diano. Tra questi Lamberti Sorrentino, di Sala Consilina, che nel 1978 pubblicò il libro “Sognare a Mauthausen”. Più volte il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricordato: “Abbiamo un dovere morale verso la storia e verso l’umanità intera: il dovere di ricordare”.

Una considerazione finale: se viviamo l’Olocausto come qualcosa che appartiene solo al passato, la storia potrebbe ripetersi. Il regista Jonathan Glazer, autore del film “La zona di interesse”, ha spiegato: “L’obiettivo del film è farci capire che è qualcosa di presente. Le persone non erano mostri: lo sono diventate gradualmente perché hanno smesso di pensare e abdicato alle loro responsabilità morali. Se ci dissociamo dalla sofferenza altrui potremmo diventare come loro”.

Condividi l'articolo:
Write a response

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close
Magazine quotidiano online
Direttore responsabile: Giuseppe Geppino D’Amico
Close