Di Giuseppe Geppino D’Amico
Da anni uno dei rilievi che vengono mossi al Mezzogiorno è la scarsa capacità di dare vita a un movimento cooperativo in grado di produrre sviluppo ed economia. Qualche eccezione non manca. È il caso della Cooperativa Agricola “Nuovo Cilento”, che nei giorni scorsi ha celebrato a San Mauro Cilento i primi 50 anni di attività. Come dicevano gli antichi latini, “Nomina sunt consequentia rerum”. Il destino è nel nome della cooperativa (Nuovo Cilento) e in quello del co-fondatore e presidente Giuseppe Cilento.
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La Cooperativa Agricola Nuovo Cilento, fondata da un gruppo di “visionari” nel 1976, oggi conta 420 soci che coltivano 2.500 ettari di terra nel Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. La produzione principale è l’olio extravergine di oliva biologico e DOP del Cilento, una delle sei produzioni a marchio di qualità della Campania. La cooperativa è impegnata anche nella promozione della biodiversità e della sostenibilità ambientale, contribuendo alla salute e al benessere delle comunità locali. L’importante anniversario ha offerto l’opportunità di affrontare il tema del declino delle aree interne e di costruire un’alternativa alla rassegnazione dell’irreversibile declino. L’obiettivo è contrastare spopolamento, musealizzazione dei territori e trasformazione delle tradizioni alimentari popolari in pratiche elitarie. Sebbene la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) definisca questi territori — che coprono circa il 60% del territorio nazionale — come la spina dorsale del Paese, essi ospitano solo il 23% della popolazione, dato in costante contrazione. Tutti gli interventi finora ipotizzati non hanno prodotto i risultati sperati; per questo la Cooperativa Nuovo Cilento si ripropone come infrastruttura sociale attraverso cui rilanciare un nuovo patto per le aree interne.
A turbare il clima delle celebrazioni è stata la notizia dell’imminente applicazione della Legge 12 settembre 2025, n. 13, che detta “Disposizioni per il riconoscimento e la promozione delle zone montane”, e che recita: “La crescita economica e sociale delle zone montane – recita l’articolo 1 della legge – costituisce un obiettivo di interesse nazionale in ragione della loro importanza strategica ai fini della tutela e della valorizzazione dell’ambiente, della biodiversità, degli ecosistemi, della tutela del suolo e delle relative funzioni ecosistemiche, delle risorse naturali, del paesaggio, del territorio e delle risorse idriche e forestali, della salute, delle attività sportive, del turismo e delle loro peculiarità storiche, artistiche, culturali e linguistiche, dell’identità e della coesione delle comunità locali, anche ai fini del contrasto della crisi climatica e demografica e nell’interesse delle future generazioni e della sostenibilità degli interventi economici”.
Il trucco, però, c’è e si vede. Se da un lato sono previsti incentivi per i piccoli centri montani, dall’altro numerosi comuni perderanno lo status di comune montano a causa dell’abbassamento delle soglie altimetriche. L’estensore della legge è il ministro leghista Roberto Calderoli, già promotore della legge sull’Autonomia differenziata, che anche in questa occasione sembra voltare le spalle al Mezzogiorno.
Nella Regione Campania sono 125 i comuni che rischiano di perdere lo status di “comune montano”, molti dei quali nella provincia di Salerno. Il provvedimento interessa anche la Comunità Montana del Vallo di Diano e quelle del Cilento, che rischiano di dover rinunciare a diversi comuni. Sulla vicenda si registra una decisa presa di posizione della neo assessora regionale all’Agricoltura, Maria Carmela Serluca, intervenuta a San Mauro Cilento dove ha sottoscritto, insieme ad altre 50 personalità, il “Patto per le Aree Rurali di Collina e Montagna – Abitare il futuro, oltre la retorica delle aree interne”. Queste le sue parole: “Ho espresso forte preoccupazione per i criteri previsti dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri attuativo della nuova Legge sulla Montagna, che rischiano di penalizzare gravemente la Campania, escludendo fino al 30% dei comuni oggi riconosciuti come montani e riducendo risorse fondamentali per i territori fragili. La ‘montanità’ non può essere definita solo da altitudine e pendenza: servono parametri che tengano conto anche di fattori sociali ed economici come spopolamento, accesso ai servizi e marginalità. Non permetteremo che criteri puramente tecnici cancellino il diritto dei nostri territori a essere riconosciuti e sostenuti”. L’assessora Serluca ha inoltre assicurato l’impegno del presidente Roberto Fico e dell’intera giunta regionale.
La vicenda è stata al centro di un incontro svoltosi nei giorni scorsi presso la Provincia di Salerno, presieduto dal vicepresidente Giovanni Guzzo. Vi hanno partecipato il presidente nazionale UNCEM Marco Bussone, il presidente regionale Enzo Luciano, numerosi consiglieri provinciali e alcuni presidenti di Comunità Montane del Salernitano, tra cui Vittorio Esposito, presidente della Comunità Montana del Vallo di Diano, che per 40 metri di altitudine rischia di perdere il comune di Pertosa. Il limite previsto dalla legge sarebbe di 350 metri: Pertosa ne conta 310. Resterebbero invece inclusi Castel San Lorenzo (358 metri) e Roccadaspide (354 metri), per una differenza di appena quattro metri. Parere contrario al DPCM attuativo della Legge 131/2025 è stato espresso anche dalla CISL Salerno: “Il rinvio dell’incontro tra Stato e Regioni, previsto per il 13 gennaio e chiamato a discutere il DPCM, rappresenta un segnale negativo per territori che da tempo attendono chiarezza e garanzie sul proprio futuro. La revisione dei criteri di ‘montanità’ rischia di produrre un effetto paradossale: sottrarre risorse e strumenti proprio a quei territori che più avrebbero bisogno di politiche di sostegno e riequilibrio”.
Unica nota stonata resta il silenzio dei parlamentari campani, in particolare di quelli che la Legge 131/2025 l’hanno votata.
Ovviamente, saremo ben lieti di essere smentiti.


