Di Giuseppe Geppino D’Amico – Foto di Maurizio D’Amico e Maria Pagano – Montaggio video di Williams Lamattina

Dal 28 marzo al 4 aprile, Polla si è trasformata in un vero e proprio laboratorio creativo a cielo aperto, accogliendo 16 studenti e studentesse che frequentano il quinto anno dell’Accademia di Belle Arti di Roma, impegnati in un percorso di residenza artistica dedicato alla memoria e all’identità del territorio.
L’iniziativa rientra nel progetto “Una residenza artistica tra fotografia e territorio”, predisposto dall’Associazione Voltapagina con il patrocinio del Comune di Polla e dalla locale Associazione Pro Loco.
Sono stati avviati 13 progetti, tra i quali notevole interesse ha suscitato quello relativo all’identità del territorio, con particolare riferimento agli abiti tradizionali e all’abito da sposa.
Ad illustrare l’abito a Palazzo Albirosa, una delle poche dimore storiche riconosciute presenti nel territorio, è stato l’antropologo Antonio Tortorella che nel 2012 ha dato alle stampe una ponderosa ricerca in due volumi “Il costume delle donne di Polla nel Vallo di Diano” (I – Le coordinate culturali e II – Le schede di catalogo), pubblicati dal Comune (730 pagine complessive).
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“Le donne di Polla – ha spiegato Antonio Tortorella – vestivano come le antiche donne greche e romane e le principesse bizantine (in verità anche in Cina e in alcuni paesi arabi; ma noi non abbiamo alcun rapporto di derivazione culturale dal Lontano Oriente); la sposa pollese era coperta da un velo rosso. E che io sappia questo non compare in nessun altro costume italiano, neppure in Sardegna dove le spose portavano qualcosa di rosso, ma non il velo. Solo in Grecia (ad Ajianna nell’isola di Eubea) ho trovato un piccolo velo rosso. Insieme col velo rosso le donne di Polla portavano un grembiule lungo (musaledda), di solito in seta cangiante (anche a Caggiano è stato trovato un grembiule nuziale in seta cangiante, ma senza velo rosso, tutto ricamato in oro, appartenente a una famiglia molto agiata, e adesso esposto nel Museo archeologico di Buccino)”.
Un altro segno che riporta al mondo romano è un fregio dorato sulla cintura della gonna blu, che a mio avviso è il residuo del nodus herculeus fatto al cingulum aureum della sposa romana. Questo nodo si vede anche sulle statue mariane medievali e rinascimentali. Almeno fino agli inizi degli anni Venti del secolo scorso a Polla le donne si sposavano in abito tradizionale che, successivamente, veniva indossato in occasione di cerimonie importanti ma anche per l’ultimo viaggio, e questo ha fatto sì che con il passar degli anni il numero dei vestiti originali diminuisse sempre di più. Altro motivo della mancanza di vestiti di pregio è stata la scomparsa della sarta per antonomasia, Luigia “Za’ Viggia” Forte, e della figlia Teresa Sorrentino.

L’abito presentato a Palazzo Albirosa è stato commissionato a Donata Claps, una sarta di Cancellara (PZ) specializzata in costumi d’epoca. “In questo abito – prosegue Antonio Tortorella – abbiamo riprodotto alcuni particolari e qualche tecnica esecutiva che ormai anche sarte più vecchie della nostra “Viggia” non usavano più. Abbiamo messo (perché trovati in una fabbrica di Codogno specializzata in materiali per costumi sardi e altoatesini, paramenti liturgici e divise militari) anche i bottoni in filigrana (cambaniéddi), negli ultimi tempi difficilmente usati, perché di difficile reperimento. Anche questi, per quanto ne sappia, si trovano solo nei costumi sardi e, nell’Italia peninsulare, a Polla. Neanche in Sicilia. Per quanto riguarda la spara da anni non si usa più: c’è solo una foto del 1950 in cui si vede una donna anziana al Parco della Rimembranza con questo capo d’abbigliamento. Ma è già un’innovazione rispetto al copricapo settecentesco (che sembra chiamassero colò; ma non sarei tanto convinto che fosse un termine pollese, perché compare in una relazione murattiana redatta da un “non pollese”): era rosso a righe giallo oro come si vede anche nelle gouache di epoca borbonica. Il panno marrone lo abbiamo realizzato, però faceva parte dell’abito di gala, che la sposa indossava a partire dal giorno del matrimonio. In ogni caso di panni marrone se ne usavano per le varie situazioni, dal lutto anche elegante, al quotidiano, alla mezzafesta; ce n’erano anche di estivi, quindi con funzione meramente simbolica. Il panno si indossava per proteggersi dal freddo e per entrare in chiesa o al passaggio di una processione. Per il resto si portava ripiegato sul braccio destro (il sinistro doveva essere libero, per darlo al marito), mettendo in mostra gli ornamenti che lo caratterizzavano”.
Ormai le donne a Polla andavano a capo scoperto, così appaiono anche nelle foto ottocentesche. Di rilievo l’uso del velo bianco che veniva indossato dalle ragazze (ri bbirginèddi) che portavano la cenda (in processione, oppure nel pellegrinaggio ai Santuari di Viggiano e Novi Velia). L’abito è stato realizzato tutto con materiali di gran pregio e strettamente fedeli alla tradizione; anche le passamanerie dorate sono del tutto simili ad alcune ritrovate tra quelle antiche in paese. È stato dotato inoltre della tradizionale “tasca volante”, in cui sono stati riposti tutti quegli oggetti (anche questi quasi tutti autentici di metà Ottocento), con valenza insieme pratica e simbolica, segnatamente magico-religiosa, che la padrona di casa portava con sé quando usciva: un rosario coi grani di legno, un paio di forbici con l’incisione di una croce sopra, tre monete borboniche, un porta aghi, un ditale e le chiavi di casa (da lunghi secoli appannaggio della donna nel nostro territorio). Altro elemento di distinzione tra l’abito di una donna della borghesia e quello delle classi meno abbienti erano i materiali usati e gli ornamenti (collane, pendenti, orecchini, spille e anelli).

Sull’origine greca degli abiti femminili non ci sono dubbi. La storia ci ricorda che a Polla c’erano due chiese nelle quali si professava il rito bizantino (San Nicola de’ Greci, detta Santu Niculicchio, e Santa Maria de’ Greci). L’abito sarà esposto nel “Museo delle Antiche Vestiture”, che riaprirà a breve dopo alcuni lavori di restauro che ne hanno consigliato la chiusura. Testimonianze importanti sono giunte a noi dagli scritti di numerosi storici e viaggiatori: L. Giustiniani (1894); D. Marco (1811); R. Kepperl Craver (1821); L. Petagna – G. Tenore (1827); G. C. Galloppo (1853); C.W. Schnars (1857); S. Macchiaroli (1868); F. Lenormant (1883); G. Amalfi (1895); A. Sacco (1930).
Non mancano episodi che oggi potrebbero sembrare incredibili come quello verificatosi nel 1799, durante il breve periodo della Repubblica Napoletana, e riportato da Francesco Curcio Rubertini nel suo libro “Origini e vicende storiche di Polla, nel Salernitano” del 1911: “Tosto armatisi i più animosi Pollesi con alla testa il cap. di gendarmeria Gherardo Curcio, soprannominato Sciarpa, corsero a postarsi a Campestrino per impedire il passaggio del ponte ai Francesi. Li seguì tutta la popolazione in massa, uomini e donne, con la statua di S. Antonio di Padova. Raccontasi ancora dai vecchi della città di Polla che i Francesi, scambiate molte fucilate coi Pollesi che li circondavano da tre parti dalle erte di Campestrino, viste le donne coi sottani rossi attorno alla statua di S. Antonio, credettero che fossero tanti soldati borbonici intorno al loro generale, e presi da diffidenza di vincere, voltarono le spalle e si ritirarono verso Salerno”.

Una testimonianza importante sull’origine dell’abito femminile risale al 1840. Lo storiografo pollese Giuseppe Albirosa così scriveva: “Il Grecismo di poi non è stato tampoco lontano da tal contrada. Perocché se nell’8° secolo l’Orientale Isaurico per contese avute col P.R. fece aggregare al Patriarcato Greco i Vescovi di Calabria, Puglia, e Lucania (Muratori, Annali d’Italia) per conseguenza anche Polla, come Caggiano, e Diano furono soggetti al Greco rito, e precise in Polla vi furono due Chiese di S. Nicola, e quindi di S. Maria ancora dette de’ Greci, che fino all’anno 1570 furono governate col rituale de’ medesimi come si rileva da processi inseriti nelle Curie degli Ordinari. […] Ora vi è rimasta la vestitura delle donne alla Greca foggia di scarlatti tessuti e coloriti da esse medesime, per i quali spiccano più le grazie del loro sesso fra’ contorni del bianco e del celeste sotto le bionde cadenti trecce di Greca capilliera. Ed in esse, come negli uomini pure, si bada molto alla polizia del vestire”.
Ma la testimonianza più importante ancora oggi è possibile ammirarla nella Quadreria del soffitto del Santuario Francescano di Sant’Antonio, 42 tele realizzate dal pittore siciliano Michele Ragolia nel 1666: nella tela dedicata a Giuditta e Oloferne il pittore raffigurò Giuditta con il caratteristico abito delle donne di Polla, un’opera di straordinario valore.


