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Zoe, l’ennesima “ultima”: se non educhiamo al cuore non basterà un decreto

Di Rosa Mega

Il nome di Zoe Trinchero oggi non è più solo il nome dell’ennesimo brutale femminicidio: è un urlo lacerante che squarcia il velo di ipocrisia sotto cui ci nascondiamo. È il sangue che macchia le nostre mani collettive, perché ogni volta che una donna cade, cade un intero sistema che ha fallito nel compito più elementare: insegnare l’umanità e il rispetto. Zoe Trinchero: il suo non è destino, è mancanza di valori in una società materialista e patriarcale. Zoe è stata derubata del suo domani, vittima di un analfabetismo emotivo che sta diventando un’epidemia silenziosa e letale.

Zoe Trinchero

Smettiamola di parlare di “raptus”: quello che manca è la capacità di abitare i propri sentimenti. Come società, abbiamo insegnato ai nostri figli a vincere, a performare, a possedere oggetti e persone, ma ci siamo dimenticati di insegnare loro a perdere, a rispettare il “no”, a gestire il dolore di un abbandono. L’educazione all’affettività non può più essere solo un’opzione o un progetto extra-curricolare lasciato alla buona volontà di qualche insegnante. Deve essere il cuore pulsante della nostra cultura. Capire che l’altro non è una nostra proiezione, ma un essere libero, con desideri e confini invalicabili; distruggere l’idea che la gelosia sia una prova d’amore: la gelosia è paura, è controllo, è l’anticamera della gabbia. Dare un nome alla rabbia e alla frustrazione, affinché non si trasformino in violenza fisica: un uomo che non sa accettare un rifiuto è un uomo pericoloso.

Per questo motivo la legge non basta se il cuore è arido! Il Decreto Legge sui femminicidi, infatti, è uno strumento necessario, ma è una medicina che arriva quando il corpo è già agonizzante. Possiamo inasprire le pene, possiamo moltiplicare i braccialetti elettronici, ma nessuna legge potrà mai fermare una mano guidata dalla convinzione che “o sei mia o di nessuno”. Il limite dei nostri decreti è che tentano di arginare il mare con le dita. La prevenzione non si fa solo nei tribunali, si fa nelle case, nelle scuole, nei discorsi tra amici al bar, smettendo di ridere a una battuta sessista e iniziando a guardare con sospetto chi isola la propria compagna dal mondo: cosa dobbiamo essere, prima ancora di cosa dobbiamo fare.

Dobbiamo diventare una comunità che non aspetta il funerale per indignarsi. Onorare Zoe Trinchero significa fare una promessa solenne: non lasceremo più che l’educazione sentimentale sia un deserto. Dobbiamo pretendere che lo Stato investa nell’anima dei cittadini, non solo nella loro punizione. Dobbiamo insegnare che l’amore è libertà, o non è. E che nessuna protezione, nessuna legge e nessun decreto sarà mai efficace quanto un uomo a cui è stato insegnato che la dignità di una donna non gli appartiene, e non gli apparterrà mai.

Zoe, oggi piangiamo per te, ma domani dobbiamo lottare perché il tuo nome sia l’ultimo di questo elenco dell’orrore. Per farlo, dobbiamo ripartire dall’ABC del cuore in una società che da troppo tempo ormai ha dimenticato l’essere in nome dell’avere.

ROSA MEGA – (Segretaria di sezione PSI Sala Consilina)

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