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“Briganti!”: in libreria il catalogo della mostra del Museo del Risorgimento di Torino con la prefazione di Carmine Pinto

Di Giuseppe Geppino D’Amico

È in libreria, fresco di stampa, “Briganti! Storie e immagini dal Risorgimento a oggi”. Pubblicato da Allemandi Editore, il volume è il catalogo della mostra allestita presso il Museo del Risorgimento di Torino, visitabile fino a marzo 2026. Contiene oltre 200 opere, suddivise in più sezioni, che spaziano dai dipinti ai pugnali, dalle fotografie ai manifesti, alle illustrazioni di luoghi canonici (grotte, rifugi, prigioni) fino alle postazioni interattive che visivamente ricreano un’epoca. Partendo dalla fine del ’700, la mostra giunge sino alla realtà novecentesca, ma il suo fulcro e l’interesse stanno in quell’arco di tempo fra l’inizio dell’’800 e la sua fine in cui l’Italia, attraverso mille difficoltà, affronta il suo cammino unitario e nazionale e lo fa fra moti e cospirazioni carbonare e mazziniane, intelligenti accordi diplomatici, alleanze politiche, battaglie campali, audaci e fortunate spedizioni militari. La mostra, curata da Silvia Cavicchioli, si avvale della collaborazione con le Università di Torino, Salerno, Pisa e Padova e ha trovato spazio all’interno di Palazzo Carignano, una delle più illustri Residenze Reali Sabaude. Da secoli il dibattito sui briganti non si è mai fermato, con punte molto alte soprattutto per quanto riguarda il periodo postunitario, quando i briganti furono protagonisti del primo cruento scontro che l’Italia combatté contro se stessa.

“Con questa mostra – si legge nell’intervento del direttore nazionale dei Musei, Massimo Osanna , che apre il catalogo – il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano rinnova la propria missione di luogo di conoscenza e di confronto civile, capace di intrecciare ricerca storica e riflessione contemporanea.

Briganti! Storie e immagini dal Risorgimento a oggi affronta con sguardo ampio e multidisciplinare uno dei fenomeni più complessi e affascinanti della nostra storia, restituendone la profondità politica, sociale e culturale che ne fanno, ancora oggi, una lente preziosa per leggere i processi di costruzione dell’identità nazionale”.

Carmine Pinto

L’introduzione del catalogo è affidata al prof. Carmine Pinto, Direttore del Dipartimento Studi Umanistici dell’Università di Salerno e profondo studioso del Risorgimento, al quale ha dedicato diversi volumi: “Il brigantaggio è una realtà storica e un mito duraturo. Il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino ne propone, per la prima volta, una propria mostra. Si vuole collocare questo attore sociale e politico nella formazione dell’Italia contemporanea e della sua dimensione statale, affrontando una questione carica di significati identitari, politici, narrativi, comunicativi. Il banditismo è stato una manifestazione diffusa della violenza nelle società rurali, negli Stati in costruzione, nelle congiunture di crisi, presente in ogni epoca e in ogni territorio, con le conseguenti versioni mitiche, come si constata nelle letterature e nelle produzioni audiovisuali di tutto il mondo. All’interno di questo affascinante fenomeno, la storia del brigantaggio come espressione della resistenza alla rivoluzione politica e all’unificazione italiana è solo una tra le mille varianti di queste narrazioni, ma è quella che si è affermata nel nostro spazio pubblico. Un processo discorsivo che ha contribuito peraltro a un processo di delegittimazione del Risorgimento e a un certo tipo di retorica memoriale, soprattutto nella sua declinazione politica, ma anche artistica e folclorica. In realtà esiste un’ampia e stratificata storiografia sull’economia, la società e la politica del Regno di Napoli, del Regno delle Due Sicilie e del Mezzogiorno risorgimentale, oltre che, ovviamente, del movimento nazionale italiano e delle sue relazioni con questa vicenda. Una tradizione intellettuale e storiografica che, negli ultimi anni, ha discusso e raccontato la storia del brigantaggio, offrendo la base scientifica a questo progetto”.

Carmine Pinto

Per il prof. Pinto la mostra va nella direzione giusta: “Si concentra infatti sulla storia risorgimentale, senza trascurare quanto la vicenda vada collocata nella fuoriuscita della Penisola dall’Antico Regime, all’interno dei mutamenti dell’età delle rivoluzioni. Il brigantaggio aveva infatti un retroterra secolare, ad esempio nell’età moderna, quando l’uso della violenza era articolato tra interessi e rivalità di sovrani, baroni, comuni, Chiesa e contadini. Il fenomeno che accompagna la formazione dell’Italia unita compare in forme diverse, non del tutto riconducibili alla tipologia del brigantaggio, alla fine del Settecento. Quando i francesi occuparono la Penisola e ruppero le secolari tradizioni di antichi Stati, brigantaggio, insorgenze e guerriglie comparvero in modi diversi e intrecciati, come uno strumento di lotta all’occupazione e alla rivoluzione, assumendo un peso notevole soprattutto nel Mezzogiorno continentale. Il brigantaggio continuò nell’epoca napoleonica, quando la fine dell’Antico Regime fu accompagnata dalla costruzione dell’amministrazione statale moderna; fu un protagonista della guerra sul teatro italiano: i briganti diventarono anche una tipica espressione del racconto del Mezzogiorno (anche se il fenomeno era ben più ampio), oltre che della difesa dell’Antico Regime (ma in particolar modo dei Borbone di Napoli), mescolando mentalità arcaiche, attività criminali, patriottismo monarchico. In questa fase emerse con forza una dimensione mitica del brigantaggio, prima nel movimento controrivoluzionario guidato dal cardinale Fabrizio Ruffo”.

Si arriva al 1860, quando il movimento unitario considerò superato il regno regionale e contribuì all’unificazione: sembrarono risolti il conflitto interno e la questione costituzionale. Invece, spiega il prof. Pinto, “l’ultimo re di Napoli, Francesco II, decise di resistere e richiamò in servizio il brigantaggio politico. In questa fase le bande furono organizzate dal notabilato borbonico, guidate da banditi di professione, ex militari, contadini carismatici. In meno di un decennio, la guerra per il Mezzogiorno intrecciò fratture storiche e nuove rotture radicali: la fine del lungo conflitto civile tra liberali e borbonici; la prima guerra della nazione italiana contro una resistenza filoborbonica; la definitiva rottura tra Stato e Chiesa; l’evidenza di problemi come la questione sociale contadina”.

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