
“Separazione delle carriere nella Magistratura: principi, criticità e futuro”: questo il tema del convegno organizzato dal Rotary Club Campagna-Valle del Sele, che ha acceso il dibattito su un argomento destinato a essere al centro del referendum confermativo in programma il 22 e 23 marzo 2026, quando i cittadini saranno chiamati a esprimersi sulla riforma voluta dal Governo e approvata dal Parlamento a colpi di maggioranza. Una riforma che non convince tutti e che ha portato alla nascita di Comitati per il No, contrapposti a quelli favorevoli denominati “Sì separa”. A discutere del delicato e complesso tema sono stati due avvocati: Gian Domenico Caiazza, già presidente nazionale delle Camere Penali e presidente del Comitato “Sì separa”, e Tino Iannuzzi, già deputato al Parlamento dalla XIV alla XVII legislatura.
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Dopo il saluto del presidente del Club organizzatore, Francesco Micocci, ha introdotto i lavori il vicepresidente del Club, l’avvocato Enrico Montera, che ha illustrato i contenuti della riforma, sui quali si è poi sviluppato il confronto. “La riforma intende modificare gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione, ricompresi nella parte seconda, Titolo IV, sulla magistratura. Non viene toccato l’articolo 101, che stabilisce che i giudici sono soggetti soltanto alla legge”, ha spiegato Enrico Montera. Nei nuovi articoli, il legislatore costituzionale chiarisce che la magistratura sarà separata tra funzione giudicante e requirente, con carriere distinte che faranno capo a due Consigli Superiori della Magistratura, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. La separazione delle carriere è un tema dibattuto da decenni e oggi rappresenta una parte centrale della riforma costituzionale che incide sull’ordinamento giudiziario, sull’assetto costituzionale della magistratura ordinaria e sugli equilibri tra i poteri dello Stato. La riforma è stata approvata dal Parlamento il 30 ottobre 2025, in quarta lettura, senza raggiungere la maggioranza dei due terzi, rendendo così necessario il ricorso al referendum confermativo, per il quale non è previsto il quorum.

Netta la posizione contraria di Tino Iannuzzi, che ha dichiarato: “I genitori di questa riforma sono la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Ministro della Giustizia Carlo Nordio. Mai era capitato che un provvedimento legislativo entrasse in Parlamento e ne uscisse senza la modifica di una sola virgola: questo è indicativo di un atteggiamento di arroganza della maggioranza che sostiene il Governo”. Pur riconoscendo le criticità del sistema giudiziario, dalla lunghezza dei processi al sovraffollamento delle carceri, Iannuzzi ha sottolineato come la riforma, così come approvata, non sia in grado di risolverle. Altro elemento di dissenso riguarda il sorteggio previsto per la composizione dei due CSM e dell’Alta Corte, altra novità introdotta dalla riforma. “I problemi e le emergenze della Giustizia non vengono risolti, anzi vengono ulteriormente aggravati”, ha affermato Tino Iannuzzi, aggiungendo: “Questa riforma è frutto di un accordo politico-programmatico tra Fratelli d’Italia, che voleva il Premierato, la Lega, che punta all’Autonomia differenziata con gravi ripercussioni soprattutto sul Mezzogiorno, e Forza Italia, che dedica la riforma a Silvio Berlusconi. Per questo voterò convintamente no”.

Di segno opposto l’intervento di Gian Domenico Caiazza, che ha definito la riforma “un’ottima riforma che ci allinea finalmente a tutte le democrazie contemporanee”. “Da trent’anni la storia della Giustizia ci dice che esiste un forte sbilanciamento verso il Pubblico Ministero, un’anomalia tutta italiana. Chiunque abbia a che fare con la giustizia penale pretende che il giudice non sia collega del PM che lo accusa”, ha spiegato Caiazza. Secondo l’ex presidente delle Camere Penali, la separazione delle carriere garantisce una reale estraneità tra giudice e pubblico ministero, come avviene nelle democrazie avanzate. Riferendosi all’attività dell’Associazione Nazionale Magistrati e allo strapotere dei PM emerso durante le inchieste di Mani Pulite, Caiazza ha osservato: “I pubblici ministeri rappresentano meno del 20% della magistratura, eppure sono protagonisti della vita associativa e politica della categoria. È un’anomalia evidente, perché fa pendere l’equilibrio della giurisdizione verso chi accusa”. “Dobbiamo adeguarci al mondo civile e democratico. Non possiamo restare in compagnia di Turchia, Bulgaria e Romania. Serve un giudice più forte e indipendente anche dal pubblico ministero”, ha ribadito Gian Domenico Caiazza. Respinte, infine, le accuse secondo cui la riforma sottoporrebbe i magistrati al potere esecutivo: “È esattamente l’opposto di ciò che la riforma prevede, perché stabilisce in Costituzione il divieto di qualsiasi sottoposizione del pubblico ministero all’esecutivo”.
Un confronto acceso, con posizioni rimaste distanti, che non ha però inficiato il valore dell’iniziativa, offrendo ai presenti l’opportunità di confermare o rivedere il proprio orientamento su un referendum destinato a incidere profondamente sul futuro della Giustizia in Italia.


