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Venezuela, da Caracas l’emozionante testimonianza di un italo-venezuelano originario del Vallo di Diano

Di Antonio Sica

C’è una differenza profonda tra guardare una crisi da lontano e viverla ogni giorno sulla propria pelle. In Venezuela, dopo la cattura di Nicolás Maduro, il Paese appare sospeso in una calma che non rassicura. Una calma “apparente”, carica di tensione, che non significa normalità. A raccontarla a Vallo Più è Marco R., italo-venezuelano originario del Vallo di Diano, oggi residente a Caracas. Per motivi di sicurezza, il nome utilizzato è di fantasia e alcuni dettagli sono stati volutamente omessi. La testimonianza è reale, verificata, e rappresenta un punto di vista indicativo da parte di chi vive questo momento storico dall’interno. È, inoltre, una posizione condivisa da una parte significativa della comunità italo-venezuelana. Marco R. fa infatti parte di una associazione che conta migliaia di iscritti e rappresenta una collettività di circa 12mila persone.

“Una calma che non tranquillizza”

“La situazione -racconta Marco R.- è calma, sì, ma è una calma molto tesa. C’è poca gente per strada. I negozi sono aperti, i servizi funzionano, ma si respira un’aria strana. Non è serenità, è attesa”. Molte attività commerciali, spiega Marco, sono chiuse o lavorano a ritmo ridotto, anche per motivi organizzativi legati alle ferie che in Venezuela vengono prese nel periodo natalizio. Ma il dato più importante non è economico: è psicologico. “Qui si aspetta sempre qualcosa. Nessuno si fida del silenzio”.

Telefoni “puliti” e posti di blocco

La vita quotidiana è scandita da controlli continui: “I posti di blocco sono aumentati tantissimo. Quando ti fermano, possono chiederti di mostrare il telefono. Per questo dobbiamo tenerli puliti’, cancellare messaggi, evitare notizie o commenti che possano essere interpretati come contrari al governo”. Da tempo, in ogni caso, parlare di politica in pubblico è diventato impensabile. “Da anni non commentiamo più nulla nei luoghi pubblici, per non rischiare una brutta fine. Questo è il nostro modo di vivere ormai”.

“Ventisei anni sotto il controllo della criminalità”

N.B: Immagine fornita da Marco R.
I Numeri specifici presenti nell’immagine non corrispondono a dati ufficiali pubblicati da enti come Amnesty International, ONU o altre ONG riconosciute, e non possono essere attestati come certificati da fonti internazionali.

Secondo Marco R., il punto centrale non è solo la figura di Maduro, ma un sistema molto più ampio.
“Questo Paese non è governato da un governo normale. È da 26 anni che è in mano alla criminalità organizzata. Un gruppo di criminali ha sequestrato uno Stato e lo ha messo al servizio del narcotraffico, delle armi, dello sfruttamento dell’oro e del petrolio per arricchire poche persone. Una lettura dura, ma diffusa tra chi vive in Venezuela. “Qui non si parla più di dittatura in senso classico, ma di un Paese sequestrato”.

Le proteste e i ragazzi uccisi

Per 26 anni, racconta ancora Marco R., la popolazione ha provato a opporsi in modo pacifico. “Abbiamo protestato con le mani alzate, con scudi di cartone, con cartelli di cartone. E tanti ragazzi sono stati uccisi a bruciapelo. Ne abbiamo persi tantissimi. Giovani che chiedevano solo un futuro. Secondo la sua testimonianza, durante quelle repressioni non sempre i militari schierati erano venezuelani. “Il soldato venezuelano non si gira contro il suo popolo. Questa è una convinzione molto diffusa qui”.

Il giorno dell’assalto: bombe ed elicotteri

Il giorno dell’operazione militare che ha portato alla cattura di Maduro è rimasto impresso come uno spartiacque. E Marco R. l’ha vissuto molto da vicino: “Ci ha colti di sorpresa, anche se sapevamo che qualcosa sarebbe successo. Ho sentito elicotteri, esplosioni, armi. È durato un paio d’ore, poi tutto si è fermato di colpo”. Da quel momento la città è entrata in una sorta di sospensione: “C’è silenzio, ma non tranquillità”.

Il dolore per le vittime e una convinzione diffusa

Marco R. non nasconde il dolore per le persone che hanno perso la vita durante l’assalto. “Dispiace profondamente per chi è morto. Ogni vita persa è una ferita, soprattutto in un Paese che ha già sofferto troppo”. Allo stesso tempo, riporta una convinzione molto diffusa tra la popolazione venezuelana: “Qui si dice che quelle persone non fossero venezuelane. Secondo quello che circola, erano militari cubani che facevano parte del cerchio di protezione più stretto di Maduro”. E, sempre secondo questa interpretazione avrebbero avuto l’ordine di uccidere lo stesso Maduro nel caso in cui la situazione fosse degenerata, per evitare che venisse catturato vivo. “Non posso dire che sia una verità assoluta. Ma è quello che qui si dice, ed è una convinzione molto diffusa”, chiarisce, distinguendo tra fatti accertati e percezione interna.

“Per noi era l’unico modo possibile”

Accanto al dolore, emerge però un altro elemento centrale della testimonianza: la convinzione che non esistessero più alternative. “Secondo noi, questo era l’unico modo per cambiare la situazione”, spiega Marco R., con parole che riflettono un sentimento condiviso da molti venezuelani. “Abbiamo provato per 26 anni in tutti i modi: proteste pacifiche, mobilitazioni, appelli internazionali. Il risultato è stato sempre lo stesso. Chi protestava veniva ucciso. Chi parlava veniva arrestato. Chi si opponeva finiva torturato o in carcere. A questo si aggiungono, secondo la sua testimonianza, le elezioni falsate. “Da fuori è facile dire che le cose vanno cambiate democraticamente. Ma qui la democrazia è stata svuotata pezzo dopo pezzo. Dopo tutto quello che è successo, molti sono convinti che non ci fosse più un’altra strada”. Anche questo, ovviamente, è un punto di vista interno, maturato attraverso anni di repressione e tentativi falliti. “Non è una giustificazione della violenza. È la constatazione di una sconfitta durata 26 anni”.

Carceri, torture e paura costante

Un altro elemento centrale della testimonianza di Marco R. riguarda il sistema carcerario. “Quando ti prendono per motivi politici, finisci in carcere senza difesa. Senza avvocati. Senza processo. Qualche giudice compiacente ti condanna a venti o trent’anni senza prove. Questa è la nostra realtà da anni”.

La “bella notizia”: la liberazione dei prigionieri politici

In questo quadro drammatico, Marco R. racconta però anche un segnale che, per la prima volta dopo molto tempo, ha ridato un filo di speranza: “Oggi ci siamo svegliati con una notizia buona: stanno liberando prigionieri politici, persone che erano state torturate e condannate senza colpa”. Secondo la sua testimonianza, si tratta di detenuti rinchiusi in carceri simbolo della repressione, luoghi noti in Venezuela per torture e detenzioni arbitrarie. Una notizia, quella delle liberazioni, accolta con sollievo, ma anche con prudenza. “È una cosa importante, molto importante. Ma dopo tutto quello che abbiamo vissuto, nessuno si lascia andare all’entusiasmo”.

Otto milioni di persone costrette a partire

Il dato che più di ogni altro racconta la crisi, secondo Marco R., è l’emigrazione: “Otto milioni di persone hanno lasciato il Venezuela. Otto milioni. Credo che questo numero parli da solo”. Famiglie divise, radici spezzate, un Paese svuotato di energie: “È il prezzo che abbiamo pagato”.

La nuova presidente e la speranza di una transizione

Alla domanda sul futuro e sulla nuova presidente, Marco R. risponde con realismo e speranza prudente. “È stata messa lì per evitare il caos. Il Paese è pieno di gruppi armati, delinquenti, barrios fuori controllo: un vuoto di potere avrebbe scatenato una guerra civile. Senza una figura di controllo, il Paese sarebbe esploso, con saccheggi e guerra civile. È una pedina, telecomandata, con una spada di Damocle sulla testa”. Eppure, la speranza resta. “Se ci fossero elezioni libere, l’opposizione vincerebbe. Io sono fiducioso che si possa avviare una transizione democratica, anche se sarà difficile”.

Una testimonianza che parla anche a noi

Il Venezuela oggi vive sospeso tra paura e speranza, tra controllo e desiderio di libertà. La testimonianza di Marco R., italo-venezuelano con radici nel Vallo di Diano, ci ricorda che dietro le grandi notizie internazionali ci sono persone reali, che ogni giorno lottano semplicemente per vivere senza paura.

Ed è anche per questo che ascoltarle, oggi, è più importante che mai.

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