Di Giuseppe Geppino D’Amico
La foto di copertina non è sfuggita all’attenzione di quanti, il 31 dicembre scorso, hanno seguito il tradizionale messaggio televisivo di fine anno che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato agli Italiani dal Quirinale: una giovane donna mostra sorridente la prima pagina del Corriere della Sera con la scritta “È nata la Repubblica Italiana”. Con quella foto il Presidente Mattarella ha inteso evidenziare l’importanza dell’80° anniversario della nostra Repubblica, nata dalla Resistenza e ufficializzata dal referendum “Monarchia–Repubblica” del 2 giugno 1946, quando anche le donne, per la prima volta, si recarono alle urne contribuendo all’elezione dell’Assemblea Costituente che lavorò alla stesura della Costituzione. Non a caso, nel corso del suo intervento, il Presidente ha ricordato entrambi gli avvenimenti che, in realtà, non sono i soli che meritano di essere raccontati.
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In merito alle vicende del 1946, è lecito chiedersi: come si arrivò al referendum? Per averne contezza bisogna risalire agli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale. Il re Vittorio Emanuele III aveva perso credibilità agli occhi degli Italiani per non aver contrastato con fermezza il Fascismo e, quando iniziò la Resistenza, i partiti antifascisti accettarono di continuare a riconoscerlo come capo dello Stato a patto che, dopo il conflitto, la popolazione potesse scegliere se conservare la Monarchia o instaurare la Repubblica. Si tenne perciò il referendum, nel quale la Repubblica vinse con poco meno di due milioni di voti di differenza, per cui Umberto II, l’ultimo re d’Italia, lasciò il Paese e si trasferì in esilio in Portogallo con la famiglia. Dopo la proclamazione della Repubblica, il 28 giugno Enrico De Nicola veniva eletto primo Capo dello Stato italiano.
La conquista del diritto di voto segnò per le donne la conclusione di una lunga battaglia durata decenni. Tutti i tentativi precedenti di introdurre il suffragio femminile erano andati a vuoto, anche perché per molti anni i diritti elettorali erano stati limitati persino per gli uomini: fino al 1912 il suffragio era censitario, cioè poteva votare solo chi sapeva leggere e scrivere e disponeva di un determinato reddito. Ancora peggiore era la condizione della donna, considerata prima come figlia, poi come moglie e madre, al punto da avere un solo diritto: quello di non avere alcun diritto.
Una considerazione importante va fatta sui risultati del referendum e sull’elezione dell’Assemblea Costituente, che approverà la Costituzione il 22 dicembre 1947: promulgata il 27 dicembre 1947, la Carta entrò in vigore il 1° gennaio 1948. Per il referendum i votanti furono oltre 22 milioni: 10.362.709 si espressero per il mantenimento della Monarchia, mentre 12.182.855 sancirono la nascita della Repubblica. Molto significativa la percentuale dei votanti, pari all’89,08 per cento. Rispetto ad allora, nel corso degli anni la partecipazione al voto è diventata sempre più rara, fino a scendere sotto il 50 per cento nelle elezioni più recenti. È un dato che dovrebbe preoccupare non poco tutti, in particolare coloro che disertano le urne: forse non si rendono conto che così facendo firmano una delega in bianco, gestita poi da chi vince le elezioni e rappresenta, considerando anche i voti delle minoranze, poco più di un quarto della popolazione.
Tra gli altri avvenimenti più significativi che ricorrono in questo 2026, e per i quali le donne si sono battute, ce ne sono almeno altri due: i 30 anni della legge sullo stupro del 1996 e i 10 anni della legge Cirinnà del 2016. Il 15 febbraio 1996 entrava in vigore la legge n. 66, recante “Norme contro la violenza sessuale”, che abrogava alcuni articoli del Codice Rocco, risalente al periodo fascista. Quelle norme definivano lo stupro come delitto contro la moralità pubblica e il buon costume. Con la nuova legge, lo stupro diventa un reato contro la persona, con pene molto più severe. L’altra ricorrenza riguarda la legge 20 maggio 2016, n. 76, recante norme per la “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”, meglio nota come Legge Cirinnà. Essa ha introdotto anche in Italia le unioni civili per le coppie dello stesso sesso, equiparandole al matrimonio sotto molti aspetti – assistenza, regime patrimoniale, diritti successori – e ha regolamentato le convivenze di fatto, sia omosessuali che eterosessuali. Per dovere di cronaca va ricordato che la legge fu fortemente osteggiata dal mondo cattolico. Dal 2016 al 2023 (mancano ancora i dati del 2024) le unioni civili sono state 19.000; i calcoli basati sugli anni precedenti inducono a ritenere che oggi siano oltre 22.000. Le statistiche indicano inoltre una maggiore diffusione al Centro e al Nord rispetto al Mezzogiorno.
Le ultime due ricorrenze che è doveroso ricordare riguardano il mondo cattolico. Il 21 aprile 2026 sarà trascorso un anno dalla scomparsa del papa italo-argentino Jorge Mario Bergoglio, primo a scegliere il nome di Francesco per il suo pontificato. Forse non è un caso che il 13 ottobre 2026 ricorra anche l’800° anniversario della morte di san Francesco d’Assisi, patrono d’Italia: un Santo che appartiene all’umanità e che ha saputo rendere gioioso il cristianesimo, al punto da essere considerato il primo italiano. Siamo certi che entrambe le ricorrenze saranno degnamente ricordate. Non va infine dimenticato che nel Vallo di Diano i Francescani avevano aperto diversi conventi e che attualmente sono presenti nel Santuario di Sant’Antonio delle Lacrime a Polla e nel convento di Padula, dedicato proprio al Santo di Assisi.


